Roma, 14 febbraio 2026 – Questa mattina, davanti all’Ambasciata della Repubblica Islamica in via Nomentana, si è tenuta una manifestazione vivace e sentita, guidata dagli studenti iraniani dell’Università La Sapienza di Roma. Erano circa le 11 quando un gruppo compatto di giovani, arrivati in Italia per studiare o per ricongiungersi alle loro famiglie, ha cominciato a srotolare striscioni e a lanciare slogan contro il regime di Teheran. Gli organizzatori spiegano che la protesta nasce dalla richiesta di maggiori libertà civili in Iran e dal ricordo delle proteste duramente represse negli ultimi anni. “Non vogliamo più vivere nella paura”, confida Zahra, studentessa con gli occhi scuri e la voce tesa.
Sul posto si è respirata un’atmosfera pacifica. I cartelli – scritti in farsi e italiano – recitavano slogan come “Libertà per l’Iran” e “Basta repressione”, accompagnando il presidio. Qualche momento di tensione non è mancato: qualcuno ha alzato la voce contro connazionali accusati di essere troppo indulgenti verso il regime. I manifestanti, stimati intorno alle settanta persone dalla questura, hanno denunciato “la persecuzione dei dissidenti e il clima di paura che ancora oggi si vive a Teheran”, come ha spiegato uno degli organizzatori, Amir Hossein. In mezzo ai colori della protesta sono comparse anche bandiere pre-rivoluzionarie con il leone e il sole, simbolo per molti di una nostalgia del passato.
Gli slogan si facevano più intensi: “Donna, vita, libertà” era uno dei cori più forti. In quel momento alcuni hanno iniziato a invocare apertamente il nome di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià deposto nel 1979. Non un caso isolato: “Ci serve qualcuno che riesca a unire l’opposizione”, dice Samira, 24 anni, originaria di Shiraz e in Italia da due anni. Non tutti però la pensano così: tra i giovani c’è chi preferisce una leadership collettiva o nuove forme di rappresentanza. Eppure il richiamo monarchico è ancora forte tra parte della diaspora. “Con Pahlavi almeno avevamo la libertà”, racconta un uomo sulla cinquantina che preferisce restare anonimo.
Fuori dall’Ambasciata la presenza delle forze dell’ordine è stata discreta. Le pattuglie della polizia di Stato hanno tenuto sotto controllo la situazione senza intervenire: nessun incidente o carica da segnalare fino alle 13, quando i manifestanti hanno cominciato a disperdersi. Dal ministero dell’Interno nessuna dichiarazione ufficiale sull’iniziativa. Un funzionario della Digos ha però confermato che “la manifestazione era stata regolarmente preavvisata e autorizzata”. Alcuni passanti si sono fermati ad ascoltare. “Non conoscevo le storie che raccontavano – spiega Lucia, studentessa romana – ma sembravano davvero provati”.
Il presidio romano si inserisce in una serie più ampia di iniziative portate avanti dalla comunità iraniana in Europa dopo le proteste scoppiate negli ultimi anni a Teheran. Solo pochi giorni fa cortei simili hanno avuto luogo a Parigi e Berlino. Nelle università italiane cresce la partecipazione: secondo dati del Miur sono oltre 4.200 gli studenti iraniani iscritti nel 2025-26, molti dei quali attivi nei collettivi studenteschi o nelle associazioni per i diritti civili. “Non possiamo stare zitti”, ribadisce Ali, dottorando in ingegneria a Tor Vergata. Per lui la piazza è un modo per “mantenere alta l’attenzione sui prigionieri politici”.
La questione della leadership alternativa resta aperta e divisiva. “Ci scontriamo su questo – ammette Mahsa, 26 anni –, ma siamo uniti nel chiedere libertà e diritti”. L’ipotesi di un ritorno della monarchia – con Reza Pahlavi come simbolo o leader – spacca la diaspora e infiamma spesso il dibattito online tra giovani e meno giovani. Ma quello che tutti vogliono davvero è “un futuro senza repressioni”. Intorno alle 13.30 restano solo pochi studenti sul marciapiede; qualcuno raccoglie gli ultimi volantini sparsi per terra, li infila nello zaino e si avvia verso Termini.
Sul volto dei manifestanti convivono stanchezza e determinazione. Così si chiude la giornata di protesta con una promessa ripetuta più volte nelle ultime settimane: “torniamo presto“.
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