Milano, 24 gennaio 2026 – Ieri sera al Teatro alla Scala è andata in scena l’inaugurazione del nuovo allestimento operistico, firmato dalla regista iraniana Shirin Neshat e con la direzione musicale di Fabio Biondi. Una serata che ha attirato un pubblico variegato, tra esperti del settore e appassionati curiosi. L’appuntamento delle 20:00 era uno dei più attesi della stagione, non solo per il titolo, rimasto segreto fino all’ultimo, ma anche per l’incontro tra due figure molto diverse ma riconosciute a livello internazionale. La scelta di Neshat, artista visiva e regista teatrale nota per la sua attenzione alle questioni identitarie, aveva già acceso l’interesse della critica, soprattutto perché si tratta di un’opera affidata a una regista straniera e donna.
Shirin Neshat, nata nel 1957 e divisa tra New York e Teheran, ha proposto una regia fatta di immagini essenziali e toni freddi. La recitazione è stata contenuta, quasi trattenuta, con un occhio puntato sulle tensioni tra individuo e potere. “Ho voluto che la scenografia fosse quasi invisibile”, ha raccontato la regista nel backstage. “Volevo lasciare tutto lo spazio alla musica e ai gesti.” Così niente scenografie imponenti: pochi oggetti, luci nette, ombre strategiche. C’è chi in platea ha trovato il palco troppo spoglio, ma altri hanno apprezzato questa scelta minimalista che dà rigore all’immagine.
Durante la conferenza stampa Neshat ha spiegato come l’ispirazione arrivi dai movimenti di protesta attuali. “Oggi più che mai siamo chiamati a riflettere su cosa voglia dire resistere”, ha detto. I costumi – semplici, con tagli geometrici – richiamano la sua poetica già vista in grandi teatri come Venezia e Parigi.
Sul fronte musicale, la direzione di Fabio Biondi ha segnato un ritorno al repertorio barocco nella cornice della Scala. Il maestro palermitano, conosciuto per il suo approccio filologico alle partiture antiche, ha guidato l’orchestra con mano precisa e decisa. Fin dall’inizio si è percepita una cura particolare nel cercare trasparenza sonora: dinamiche contenute e grande attenzione ai dettagli degli strumenti.
Biondi ha sottolineato di voler “riportare la musica alla sua forma originale”. Il coro preparato da Alberto Malazzi ha lavorato su intonazioni antiche. “Non volevamo effetti speciali ma chiarezza”, ha spiegato il direttore durante la conferenza stampa. Una scelta che non ha convinto tutti: alcuni spettatori si sono detti sorpresi dalla mancanza delle classiche esplosioni orchestrali a cui la Scala ci aveva abituati.
Alla fine dello spettacolo, poco prima delle 23:00, gli applausi sono durati a lungo ma non sono stati unanimi. Molti spettatori hanno lasciato la sala discutendo animatamente. “Neshat rompe gli schemi”, ha commentato una signora in galleria; “troppo cerebrale”, le ha risposto il marito seduto accanto a lei. Anche tra i critici in sala stampa si sono sentite opinioni diverse: qualcuno ha definito il lavoro “raffinato e rigoroso”, mentre altri hanno evidenziato la difficoltà ad entrare in sintonia con personaggi così trattenuti.
Sul palco spiccavano le voci di Francesca Aspromonte (soprano) e Gianluca Margheri (baritono), applauditi durante le arie più impegnative. Aspromonte ha confidato dietro le quinte: “Lavorare senza riferimenti visivi forti è stato difficile; ci siamo affidati molto al gesto e alla voce”.
Alla fine della serata firmata da Neshat e Biondi, resta un pubblico diviso ma una marea di spunti su cui riflettere nel calendario della Scala. Non mancano domande sul limite tra sperimentazione e tradizione in un teatro così storico. La sensazione però è che questo esperimento abbia aperto nuove strade.
Nei corridoi della Scala si respirava un mix di curiosità e dubbi: c’è chi già chiede quando torneranno i grandi classici tradizionali; altri sperano che progetti simili continuino a farsi spazio. Intanto lo staff annuncia sold out fino a metà febbraio: segno che questa proposta – pur divisiva – è riuscita nel suo scopo principale: riportare l’opera al centro del dibattito culturale milanese.
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