Rafah, 25 gennaio 2026 – Ogni mattina, appena il sole si affaccia sulle tende nella zona sud di Rafah, all’estremo sud della Striscia di Gaza, l’artista Ahmed Mansour prende in mano la sua matita. Da mesi ormai, racconta a chi ha voglia di ascoltare, la sua giornata si ripete sempre uguale: code per l’acqua, attese per il pane, sguardi preoccupati che scrutano l’orizzonte. Ma c’è un dettaglio che lo distingue dagli altri: Ahmed disegna. Su piccoli fogli sparsi o su pezzi di cartone recuperati tra le macerie. Le sue vignette sono diventate un diario amaro ma lucido della vita degli sfollati che trovano rifugio tra le tende del campo organizzato dall’UNRWA.
Negli ultimi mesi, con i combattimenti che si sono fatti più intensi nella Striscia di Gaza, decine di migliaia di famiglie hanno dovuto lasciare tutto e spostarsi verso Rafah. Nel campo dove vive Ahmed, secondo i dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi, ora ci sono più di 50.000 persone. “Non disegno per distrarmi”, dice Ahmed, 34 anni, ex insegnante d’arte. “Disegno per mostrare cosa succede davvero qui, come viviamo ogni giorno”.
Ogni vignetta è uno spaccato: la fila silenziosa davanti alla cisterna d’acqua alle prime luci del mattino, bambini che giocano con una palla fatta di stracci. Non manca nemmeno il sarcasmo – in uno dei disegni due uomini discutono animatamente davanti a una pagnotta piccola così: “Oggi siamo fortunati, almeno c’è il pane”, dice uno con un sorriso che nasconde la fatica e le privazioni.
Tra tende consunte e cumuli di coperte, i disegni di Ahmed girano da una mano all’altra. Non sono solo un passatempo. “La sua satira ci fa sentire meno soli”, spiega Fatma Al-Khatib, madre di quattro figli. “Ci ritroviamo in quei personaggi, nei vestiti logori o negli sguardi stanchi”. Alcune vignette sono state attaccate sui pali della luce o all’ingresso della mensa comune, accanto agli avvisi dell’UNRWA.
Ahmed racconta anche le lunghe attese e la burocrazia quotidiana: permessi negati, liste per ricevere aiuti alimentari. In uno dei suoi ultimi disegni c’è una madre che cerca di leggere la lista degli assegnatari mentre tiene stretto il figlio; dietro di lei si allunga una fila infinita. “Disegno la vita vera – dice Ahmed – qui non c’è spazio per gli eroi”.
Trovare carta è già una fatica: i materiali mancano quasi sempre. A volte Ahmed usa carbone o vecchie penne ormai scariche. “Ho cominciato a conservare i sacchetti del pane”, racconta durante un breve incontro vicino alla mensa centrale del campo ad alanews.it. Spesso gli chiedono: “Puoi disegnare mia figlia mentre gioca? Puoi fare una vignetta su mio marito che aspetta l’acqua?”.
Ma i suoi disegni non servono solo a raccontare storie personali. Sono diventati come un bollettino informale – molti li fotografano e li mandano ai parenti lontani tramite WhatsApp, per mostrare com’è davvero la vita sotto le tende. “Voglio che sappiano che siamo vivi, che resistiamo”, dice Ahmed con voce bassa.
Secondo gli ultimi dati dell’ONU, solo nella zona di Rafah ci sono più di 1,3 milioni di sfollati, molti senza accesso a cibo e acqua potabile. Le organizzazioni umanitarie parlano di una “crisi senza fine”, mentre chi lavora sul campo conferma condizioni difficili e problemi sanitari gravi.
I disegni di Ahmed hanno cominciato a girare anche fuori dal campo: alcune sue tavole sono finite sui giornali locali e sui profili Instagram degli attivisti palestinesi. “Ci chiedono come stiamo – dice ancora Fatma – noi rispondiamo con queste immagini”. Intanto la vita nel campo va avanti, tra gesti ripetuti e piccoli momenti rubati alla fatica.
Nel tramonto polveroso che avvolge le tende, Ahmed si ferma spesso a guardare chi si sofferma davanti ai suoi disegni. Non sempre arrivano applausi o parole gentili; spesso basta uno sguardo complice o un accenno di sorriso. In quelle vignette ruvide ma leggere c’è tutta l’esistenza sospesa degli sfollati a Rafah – una testimonianza forte che supera le parole scritte e racconta ogni giorno come resistere nell’emergenza.
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