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Route 66 compie 100 anni: viaggio nei musei iconici da est a ovest

Milano, 6 gennaio 2026 – Attraversare l’Italia da est a ovest, seguendo le tracce di una storia spesso ignorata ma essenziale per capire il presente. I musei dedicati alle migrazioni raccontano molto più di semplici spostamenti: parlano di identità che si formano, di memorie intrecciate e di tensioni ancora vive. Dalla Basilicata al Piemonte, passando per Roma, è un viaggio dentro luoghi dove il passato migrante prende vita tra fotografie, lettere e oggetti dimenticati.

Da Matera al Museo dell’Emigrazione di Gualdo Tadino

Tutto comincia a Matera, nei Sassi, dove l’eco delle partenze verso l’America si sente ancora nelle strette vie scavate nella roccia. Qui il piccolo ma curato Museo dell’Emigrazione Lucana (via San Potito, apertura ore 10) conserva registri polverosi, bauli e fotografie in bianco e nero. “Ogni oggetto racconta la storia di una famiglia che ha fatto i conti con povertà e speranza”, racconta la curatrice Anna Leone, seduta dietro una scrivania piena di lettere d’epoca. Non è solo storia locale: “Molti partivano senza sapere leggere o scrivere. Eppure portavano con sé il desiderio di ricominciare”, aggiunge.

Proseguendo verso nord si arriva al Museo dell’Emigrazione Pietro Conti a Gualdo Tadino (Umbria). Nato nel 2002, raccoglie testimonianze di chi lasciava l’Italia tra Ottocento e Novecento. Secondo la direzione, almeno 27 milioni di italiani sono partiti dal 1876 al 1976. Tra le sale spicca una valigia di cartone logora, simbolo di partenze improvvise e viaggi lunghi settimane. Le guide ripetono spesso una frase che colpisce i visitatori: “Sembra che questi oggetti aspettino ancora il ritorno dei loro proprietari”.

Roma: la memoria che interroga il presente

A Roma, in via delle Botteghe Oscure 6, dal 2023 c’è il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana. È ospitato negli spazi dell’ex museo delle Arti e Tradizioni Popolari. Ogni giorno l’edificio si anima con scolaresche e famiglie. Sabato scorso alle 11 c’erano almeno quaranta persone davanti alle vetrine con passaporti consumati e pagelle tradotte in inglese. “Dobbiamo capire cosa hanno vissuto i nostri nonni per poter parlare davvero di accoglienza oggi”, spiega la direttrice Roberta Gatti, sottolineando come l’emigrazione sia “un fenomeno strutturale della nostra società”.

Le sale mettono in relazione passato e presente: in un video, una giovane italo-argentina racconta le difficoltà di ricominciare dall’altra parte del mondo. Poco dopo c’è una postazione interattiva dove i visitatori possono mandare messaggi ai discendenti degli emigrati. Un cartello avverte: “Il viaggio non finisce mai davvero“.

Torino e il Nord: dal racconto della partenza al ritorno

L’ultima tappa è a Torino, dove il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana ha una sezione nel Museo Nazionale del Risorgimento Italiano. Qui lo sguardo si allarga: si parla anche delle migrazioni interne oltre a quelle verso l’estero. “Dalla Sicilia alle fabbriche del Nord, ogni partenza ha lasciato segni profondi”, spiega la storica Silvia Bartoli, indicando documenti doganali degli anni Sessanta. Nel salone centrale troneggia una bicicletta arrugginita con un’etichetta incisa a mano: “Da Enna a Torino, 1963“.

Le storie raccolte parlano anche dei ritorni mai avvenuti. Molti emigranti non hanno mai più rivisto casa: “Nelle lettere c’è nostalgia”, riflette Bartoli, “ma anche molta forza”.

Il percorso che unisce memoria e identità

Questi musei sono punti di riferimento per chi vuole capire le storie delle migrazioni italiane, tra vecchie foto e schermi digitali. C’è chi però critica una visione troppo “romantica” del fenomeno: “Dietro ogni partenza c’erano fatica e umiliazione”, ha ricordato uno studioso dell’Università di Torino durante una conferenza a dicembre. Eppure secondo gli ultimi dati ISTAT almeno 5 milioni di italiani vivono all’estero oggi.

Nei corridoi silenziosi dei musei si sente il peso delle valigie lasciate fuori dalla porta. Le storie esposte non sono solo ricordi lontani, ma un dialogo vivo con un presente segnato da nuove partenze e nuovi arrivi. Solo così – davanti a un biglietto del treno o a una lettera d’amore spedita dall’altra parte del mondo – la memoria collettiva prende forma concreta. E l’Italia riscopre la complessità della sua identità migrante.

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