Roma, 4 gennaio 2026 – A poche ore dalla riapertura degli uffici pubblici, i precari della sanità tornano a farsi sentire con forza. “Basta promesse, vogliamo essere stabilizzati. Il direttore Verde prenda una posizione chiara”, ha detto questa mattina un portavoce del coordinamento lavoratori davanti alla sede della Regione Lazio, in via Cristoforo Colombo. L’appello, lanciato poco dopo le 9.30, ha subito raccolto l’attenzione di colleghi e sindacalisti accorsi per sostenere la richiesta. Da mesi ormai, i riflettori sono puntati su operatori sanitari, amministrativi e tecnici che, nonostante gli anni di servizio, aspettano ancora una risposta sulla loro situazione.
I sindacati stimano che siano più di 2.300 lavoratori nel comparto sanitario regionale ad operare con contratti a tempo determinato o collaborazioni rinnovate continuamente, senza nessuna garanzia per il futuro. “Siamo utili solo nei momenti difficili”, racconta Giulia Bruni, infermiera da sette anni al San Camillo. “Durante il Covid eravamo indispensabili, ora sembra che siamo spariti”. La frustrazione si sente, soprattutto nei reparti dove i turni si allungano e il personale manca davvero. Eppure la stabilizzazione resta una promessa sospesa.
Al centro delle proteste c’è la richiesta netta rivolta al direttore generale della Sanità regionale, Andrea Verde. I lavoratori chiedono “una presa di posizione pubblica e trasparente”, come sottolineato in una nota diffusa nel primo pomeriggio. “Vogliamo sapere tempi e modalità per la stabilizzazione – spiega Marco Viti, delegato della Cgil Funzione Pubblica – perché non si può vivere nell’angoscia che da un mese all’altro tutto finisca”. Si parla di un possibile tavolo urgente lunedì prossimo tra sindacati e dirigenza, anche se finora dagli uffici non è arrivata alcuna conferma ufficiale.
Sul tavolo pesa anche la legge nazionale sulla stabilizzazione, approvata nel 2024 dopo mesi di trattative tra governo e regioni. La norma mira a regolarizzare migliaia di precari nella Pubblica amministrazione ma impone criteri severi – almeno trentasei mesi di servizio negli ultimi cinque anni – che rischiano di escludere molti lavoratori flessibili oggi impiegati. “Le maglie sono troppo strette”, commenta Maria Chimenti dell’Usb. Secondo fonti interne alla Regione, almeno 600 operatori rischiano di restare fuori dai percorsi previsti.
Dietro i numeri ci sono storie quotidiane: reparti che faticano a coprire i turni, sportelli amministrativi sotto organico, pazienti in attesa. “Non è solo questione di contratti”, ripete spesso Giovanni Rubino, operatore socio-sanitario. “Il personale precario garantisce ogni giorno servizi essenziali. Stabilizzarci significa rafforzare la sanità pubblica”. È un tema delicato che coinvolge direttamente i cittadini: nelle ultime settimane sono state segnalate riduzioni negli orari di alcuni ambulatori periferici tra Prenestino e Tivoli, proprio per carenza di risorse stabili.
La pressione dei lavoratori ha già acceso il dibattito in consiglio regionale tra maggioranza e opposizione. Il consigliere Dem Andrea Gori chiede “risposte rapide e concrete”, mentre Fratelli d’Italia parla di “doveroso equilibrio tra tutela dei lavoratori e sostenibilità dei conti pubblici”. In questo clima incerto cresce la tensione sia nelle corsie sia negli uffici.
Nel tardo pomeriggio è arrivata una breve nota dall’ufficio stampa della Regione: “Si lavora per garantire stabilità occupazionale nel rispetto delle norme nazionali e delle risorse disponibili”. Ma al momento manca ogni dettaglio più preciso.
Per molti il tempo delle attese sta finendo. “Abbiamo dato tutto quello che potevamo – confida una dipendente davanti all’ospedale Pertini – ora vogliamo solo certezze”. Un sentimento condiviso da chi ogni mattina indossa il camice senza sapere se potrà farlo ancora fra sei mesi.
Gli occhi dei precari restano fissi sul direttore Verde: quello che chiedono adesso è un segnale vero – non solo parole –, sotto il cielo grigio di Roma in questo difficile inizio d’anno.
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