Rio de Janeiro, 27 gennaio 2026 – Un tuffo negli anni bui della dittatura militare brasiliana: è il viaggio che Kleber Mendonça Filho, regista noto per il suo sguardo attento e la sensibilità sociale, propone nel suo ultimo film, presentato al festival di Recife. La pellicola, girata tra Olinda e i quartieri popolari di Recife, ripercorre le esistenze sospese sotto il regime che dal 1964 al 1985 ha segnato profondamente il Brasile. Mendonça Filho – capelli grigi e voce pacata – ha spiegato ieri in conferenza stampa: “Quella ferita non si è mai davvero rimarginata. Racconto storie di famiglie normali, non di eroi”.
Tra le strade polverose di Recife, la paura si infiltra nei gesti più semplici. “Bastava una parola sbagliata – ha raccontato Ana Paula Machado, comparsa in una delle scene più toccanti – e qualcuno spariva nel nulla”. Le riprese si sono svolte in quartieri ancora segnati da vecchie caserme e da case con muri scrostati, un segno tangibile del passato. In certe inquadrature, ha notato la stampa locale, i dettagli – come un vecchio telefono a disco o la radio gracchiante sul tavolo – riportano indietro agli anni Settanta senza forzature.
La scelta di girare proprio nei luoghi della repressione non è stata casuale. Mendonça Filho, figlio di un avvocato che negli anni Settanta difendeva prigionieri politici, confessa di essere “attratto da quelle cicatrici urbane che ci ricordano quanto siano fragili le nostre libertà”. Per lui ogni scena doveva trasmettere quella tensione sottile e quell’incertezza costante vissuta da migliaia di brasiliani.
Il film si basa su testimonianze raccolte in anni di ricerca: voci di chi ha vissuto le retate notturne, gli interrogatori senza avvocati, il silenzio dei vicini complici o spaventati. Mendonça Filho precisa: “Non volevo mostrare solo i fatti storici, ma la fatica quotidiana della paura. I personaggi sono in parte inventati, ma le loro storie nascono da documenti e confessioni reali”.
Dalle indagini emergono particolari precisi: le camionette dell’ESMA, la scuola militare addestrata alla repressione, che attraversavano Recife alle tre del mattino; i bigliettini bruciati nel lavandino quando bussavano alla porta; i bambini costretti a giocare dentro casa per non attirare attenzioni indesiderate. Scene che scorrono sullo schermo senza mai cadere nella retorica.
Diversamente da tanti film sul tema, qui non c’è redenzione. Nessun protagonista ottiene un riscatto completo o una grande vittoria. Solo un lento ritorno alla vita quando il regime cade nel 1985. “La fine della dittatura non fu una liberazione netta – riflette Mendonça Filho – c’era confusione e la paura che niente fosse davvero cambiato”.
Il film evita ricostruzioni troppo evidenti e predilige primi piani stretti sui volti o mani tremanti che stringono lettere clandestine. Il critico Eduardo Moraes ha scritto su O Globo: “Qui la dittatura è un’ombra che distorce la normalità, non uno spettacolo crudele”. Anche il pubblico presente in sala – molti giovani universitari – è rimasto colpito dalla sobrietà delle immagini.
Il film ha già acceso il dibattito. Alcuni esponenti della vecchia guardia militare hanno criticato la ricostruzione definendola “parziale”, mentre molte associazioni per i diritti umani ne hanno elogiato l’onestà e la delicatezza. In un’intervista alla Folha de S.Paulo, l’attivista Carlos Nascimento ha detto: “Dobbiamo ricordare per evitare che certe pagine si ripetano”.
All’estero la critica si è soffermata sull’attualità del messaggio. Secondo il settimanale francese Les Inrockuptibles, “il film smaschera meccanismi del potere e della paura che risuonano anche oggi”. Durante il festival sono stati organizzati dibattiti e proiezioni nelle università.
Kleber Mendonça Filho chiude spesso le interviste con una domanda semplice: “Cosa resta della dittatura nelle nostre famiglie, nei nostri silenzi?”. La risposta, confida a mezza voce fuori dalla sala proiezioni di Recife alle 21:40 ieri sera, “sta tutta nella memoria collettiva che non possiamo ignorare”. Così il regista lascia al pubblico non una lezione ma un dubbio vivo e scomodo sulla fragilità della democrazia brasiliana.
In sala resta solo l’eco dei titoli di coda e qualche sedia scricchiolante. Forse è questo il segno più vero lasciato dal film: la sensazione che quelle storie, quei timori sommessi, non siano soltanto ricordi ma qualcosa di vivo nella coscienza del Brasile d’oggi.
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