Roma, 27 gennaio 2026 – Allievo di Pericle Fazzini, scultore di fama internazionale, il nome di Mario Russo (come lo chiamavano in tanti tra gli anni Settanta e Novanta) torna sotto i riflettori, a più di vent’anni dalla sua scomparsa. Ma chi era davvero? E che traccia ha lasciato nella storia dell’arte italiana?
Siamo alla fine degli anni Cinquanta. Le cronache dell’epoca raccontano che Mario Russo entrò per la prima volta nello studio romano di Pericle Fazzini, già allora un artista affermato, noto soprattutto per il suo celebre monumento alla Resurrezione nella Sala Nervi in Vaticano. Quel laboratorio, pieno di gessi e bozzetti sparsi ovunque, fu la sua scuola. Qui imparò le tecniche della scultura, respirando l’atmosfera di una generazione che aveva attraversato la guerra ma guardava al futuro con speranza.
Non erano molti quelli capaci di resistere al carisma silenzioso ma deciso di Fazzini. “Quando entravi lì, ti sentivi piccolo,” ricordava Russo in un’intervista del 1987 su “Il Giornale dell’Arte”. Ma quella stessa sensazione diventò presto spinta a migliorarsi. Fu lì che iniziò a modellare creta e bronzo: pezzi su commissione ma anche creazioni personali, molte delle quali finirono nelle collezioni private della Roma Nord.
Negli anni Settanta Russo aveva ormai trovato spazio nei circuiti culturali della capitale. La sua opera più nota – almeno secondo i critici dell’epoca – fu il monumento ai caduti di Viareggio, inaugurato nel 1978 sul lungomare. Un lavoro che gli valse una menzione speciale alla Biennale di Venezia due anni dopo.
L’avventura fuori dall’Italia non tardò ad arrivare. Nel 1981 la galleria parigina “La Nouvelle Vague” ospitò alcune sue sculture in una collettiva dedicata ad artisti italiani e francesi. “Si distingueva per il modo in cui lavorava le superfici – spiegava allora la curatrice Marie Leblanc – quasi come se ogni figura emergesse da una nebbia fitta”. Nel 1984 realizzò un bassorilievo per l’ambasciata italiana a Berlino Ovest, un altro passo importante per farsi conoscere oltreconfine.
Un tratto distintivo? L’attenzione alla tensione dei corpi e dei volti: “Mi interessa ciò che si nasconde dietro un’espressione”, diceva Russo agli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma, dove insegnò fino al 1997.
Oggi il nome di Mario Russo spunta spesso nei cataloghi delle grandi aste italiane – da Sotheby’s Milano a Pandolfini Firenze – anche grazie al suo impegno nel trasmettere la propria visione artistica. Allievo severo, maestro generoso: così lo ricordano molti ex allievi. Andrea Vespignani, oggi docente e restauratore, racconta: “Ci spingeva sempre a guardare oltre gli schemi convenzionali – mai risposte facili, solo domande”.
A Roma girano ancora storie sul carattere schietto e diretto dell’artista: nei laboratori del quartiere San Lorenzo amava lavorare alle prime luci del mattino, spesso con la radio accesa che mandava musica classica dal davanzale. E non mancavano le visite di amici come lo scrittore Giorgio Bassani, che nel 1982 gli dedicò una lettera carica d’ammirazione.
Negli ultimi mesi la figura di Russo è tornata sotto i riflettori grazie a una retrospettiva alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. La mostra, aperta lo scorso novembre, raccoglie una trentina di opere provenienti da collezioni private e dagli eredi. Al vernissage c’erano anche storici dell’arte come Laura Pinotti, che ha sottolineato “come il suo modo di rappresentare il corpo umano resti un teatro silenzioso delle emozioni”.
Contemporaneamente è stato annunciato un volume monografico curato da Massimo Recalcati in uscita per Einaudi entro la primavera del 2026. Tra addetti ai lavori si parla già di un “recupero necessario”, mentre dal pubblico emergono domande e curiosità sulla vita privata dell’artista.
Che ne sarà delle opere di Mario Russo nei prossimi anni? Secondo i curatori della mostra romana – in particolare Francesca D’Aloja – c’è ancora molto da scoprire e spazio per far conoscere meglio questo artista nei musei italiani. “È tempo di tornare a guardare a chi ha lavorato lontano dai riflettori – ha spiegato – spesso hanno saputo raccontare meglio dei grandi nomi il loro tempo”.
Nei silenzi degli studi ormai chiusi (quello storico in via dei Reti ha abbassato la saracinesca nel 2002), resta viva l’eredità sparsa tra spazi pubblici e collezioni private. Una presenza discreta ma solida nella memoria artistica italiana. E forse non solo qui.
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