Milano, 28 gennaio 2026 – Il capoluogo lombardo apre il nuovo anno celebrando due protagonisti che, ciascuno a modo suo, hanno segnato la fotografia degli ultimi decenni: Robert Mapplethorpe e Giovanni Gastel. Due mostre – una a Palazzo Reale, l’altra al Museo Diocesano Carlo Maria Martini – portano nel cuore della città le immagini e le storie di due artisti lontani nel tempo e nello stile, ma uniti da una ricerca visiva che ancora oggi lascia un segno.
Lunedì mattina, poco dopo le 10, i primi visitatori hanno varcato le sale al secondo piano di Palazzo Reale, dove “Robert Mapplethorpe – L’obiettivo sensibile” espone oltre 150 fotografie. Una selezione attenta, curata da Francesco Bonami, che attraversa tutte le fasi creative del fotografo americano. Non ci sono solo i suoi celebri ritratti in bianco e nero, ma anche nature morte e composizioni floreali. “La sua fotografia è così rigorosa da non lasciare scampo. Ti costringe a guardare”, ha spiegato Bonami venerdì scorso durante la presentazione alla stampa.
Nel cortile d’ingresso si vede una fila fatta di studenti dell’Accademia, coppie e turisti stranieri. Tra una sala e l’altra i commenti sono diversi: qualcuno si ferma sulle immagini più esplicite, altri soffermano lo sguardo su un autoritratto del 1980 (“Qui c’è già tutto, anche la sua fragilità”, confida una signora a una nipote). Mapplethorpe arriva a Milano in un momento in cui il dibattito sulla libertà d’espressione artistica torna a far parlare. “Si può discutere dei soggetti, ma qui la questione vera è la forma”, ha chiarito Bonami davanti ai giornalisti.
Dall’altra parte della città, a due fermate di metro, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini ospita “Giovanni Gastel. Una storia italiana”. Il percorso ripercorre cento fotografie scelte dall’archivio del fotografo scomparso nel 2021. Volti noti come Monica Bellucci e Barack Obama si alternano a scatti privati, spezzoni di moda e pubblicità. C’è chi si ferma davanti alla celebre immagine di Isabella Ferrari per “Vogue Italia”, chi invece cerca dettagli tra i lavori meno famosi degli anni Ottanta.
“Gastel riusciva a trasformare la luce in qualcosa di personale”, racconta Don Luca Bressan, direttore del museo. Nella sala principale alcuni giovani osservano gli ingrandimenti stampati su plexiglass. “Queste foto fanno parte della nostra memoria visiva, anche se spesso non ce ne accorgiamo”, confida un visitatore. Curata da Alessandra Mauro, la mostra resterà aperta fino al 5 maggio.
Pur molto diverse per stile e approccio, le due mostre parlano senza forzature in una Milano che da mesi vive un nuovo entusiasmo per la fotografia d’autore. I biglietti vanno a ruba soprattutto nei weekend: secondo Palazzo Reale, solo il primo fine settimana sono stati venduti oltre 2.800 ingressi. Critici e addetti ai lavori sottolineano come questa offerta stimoli una riflessione sul valore sociale dell’immagine.
Tra i corridoi si incrociano generazioni differenti: studenti di design, pensionati appassionati d’arte, famiglie con bambini piccoli. “Questa è la foto che aveva nonna in salotto”, dice una ragazza indicando un ritratto di Gastel. Non mancano discussioni su temi delicati: “Portare Mapplethorpe qui significa accettare il confronto”, ammette un visitatore al bookshop.
“Ci vuole proprio questo tipo di eventi per riscoprire il potere delle immagini autentiche”, commenta Maria Frigerio, docente di storia dell’arte contemporanea all’Università Statale di Milano. Per il Comune – che ha patrocinato entrambe le mostre – queste retrospettive sono un investimento nella cultura diffusa. L’assessore Tommaso Sacchi spiega: “Milano deve essere casa per tutte le forme di espressione, senza filtri ideologici”.
Guardando avanti, sembra profilarsi una tendenza più ampia: cresce l’interesse verso la fotografia come racconto collettivo. In città si parla già delle prossime esposizioni dedicate a Helmut Newton e Letizia Battaglia.
Per ora Milano si gode questo doppio omaggio: la provocazione elegante di Mapplethorpe e la luce raffinata dei lavori di Gastel. Due modi diversi di raccontare il mondo che – almeno fino alla primavera – abitano sotto la stessa luce.
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