Roma, 3 gennaio 2026 – Ieri pomeriggio a Palazzo Chigi si è consumato un momento di tensione non da poco. Il ministro dell’Interno, Giuseppe Piantedosi, ha consegnato la relazione sul nuovo decreto sicurezza, un documento molto atteso che, di fatto, contiene una vera e propria contestazione formale su alcune norme introdotte dal Parlamento. L’incontro è avvenuto poco dopo le 16, in una delle sale più riservate del Ministero, con qualche parola di troppo e sguardi carichi di tensione. La consegna della relazione era stata chiesta direttamente dal presidente del Consiglio, che nelle ultime settimane ha voluto un controllo serrato sui dettagli della legge.
Nel testo allegato al decreto – come previsto dall’iter – il ministro Piantedosi ha evidenziato diverse criticità su modifiche precise introdotte durante il passaggio parlamentare. Fonti di governo e funzionari vicini al Viminale parlano di “osservazioni puntuali su emendamenti che potrebbero compromettere l’efficacia dei controlli alle frontiere”.
Il ministro ha spiegato senza giri di parole: “Ci sono punti che andrebbero rivisti. Alcune norme rischiano di rallentare il lavoro delle forze dell’ordine”. A finire sotto la lente sono soprattutto i nuovi protocolli sull’identificazione nei centri di permanenza per i rimpatri. Questi sono stati modificati tra Camera e Senato e – secondo la relazione – potrebbero allungare le procedure burocratiche rendendo più complicata l’attività degli agenti.
Nonostante si tratti di un documento tecnico, la contestazione ha subito acceso il dibattito tra esponenti della maggioranza e dell’opposizione. Dal Partito Democratico è arrivata una richiesta chiara: “Vogliamo capire se il ministro tutela le prerogative della polizia o critica il Parlamento”, ha detto il deputato Matteo Mauri.
A quanto riferiscono i presenti nella riunione della commissione Affari Costituzionali, la tensione è salita quando si è parlato dei fondi extra per gestire i rimpatri forzati. “Serve chiarezza sui soldi e regole precise”, ha aggiunto una fonte di Fratelli d’Italia. Dopo una breve pausa, Piantedosi ha ribadito la sua posizione: “Non è uno scontro, ma la volontà di salvaguardare l’efficacia delle misure”.
Il nuovo decreto sicurezza stanzia complessivamente 180 milioni di euro nel triennio per rafforzare le dotazioni delle forze dell’ordine e accelerare le procedure di espulsione. Sono interessati oltre 250 centri tra hotspot e Cpr sparsi in tutta Italia.
Ma dalla relazione del ministro emergono ancora problemi nella distribuzione dei fondi. Solo 45 milioni sarebbero disponibili subito entro giugno, mentre il resto sarebbe spalmato da ottobre in poi. “Serve uno sforzo in più”, ha commentato ieri sera una fonte tecnica del Ministero.
Nel pomeriggio sono arrivate le prime risposte dai sindacati delle forze di polizia. Stefano Paoloni del Sap avverte: “Il rischio è caricare gli agenti di responsabilità senza dar loro gli strumenti necessari”. Dal fronte Cgil Polizia invece Nicola Rizzo invita a “ascoltare chi lavora ogni giorno nei centri”.
Dal Movimento 5 Stelle arriva invece la critica a “una gestione confusa della sicurezza”, mentre dal Terzo Polo c’è la richiesta di un confronto più stretto in Parlamento. “Siamo pronti a discutere nel merito”, dice il senatore Ivan Scalfarotto.
Il decreto sarà discusso in aula già la prossima settimana, con probabili modifiche last minute sulle parti più spinose. Nel frattempo il ministero dell’Interno sta preparando nuove note tecniche da inviare ai presidenti delle due Camere.
Fonti vicine al premier Meloni non escludono un incontro diretto tra governo e capigruppo per sciogliere i nodi politici prima del voto finale. Il clima resta teso, senza però aperte rotture. Questa vicenda mette in luce quanto sia delicato bilanciare sicurezza ed esigenze parlamentari.
A poche ore dall’aula restano aperte alcune domande fondamentali: l’esecutivo riuscirà a evitare nuove fratture? E la relazione del ministro cambierà davvero qualcosa sulle norme più controverse? Per ora la palla passa al Parlamento.
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