Nel cuore della Camera dei Deputati, il 1965 resta una data impressa nella memoria degli studiosi di storia parlamentare italiana. Fu quell’anno che un gruppo di deputati presentò una proposta di legge destinata a lasciare un segno profondo sul tessuto legislativo e civile del Paese. Lo conferma chiaramente il resoconto ufficiale di Montecitorio, oggi conservato tra le carte dell’Archivio storico.
A febbraio 1965, durante una delle sedute più intense della legislatura, arrivò la notizia del deposito di una proposta che, secondo i suoi promotori, avrebbe colmato “una lacuna sentita da anni”. Si trattava di un testo complesso, su cui si dibatté a lungo tra corridoi e commissioni. A raccontarlo è lo storico Giovanni Ferretti, docente all’Università di Roma Tre, che ricorda come “quel passaggio non fu per niente semplice, con voci contrapposte e tensioni evidenti, soprattutto tra la Democrazia Cristiana e le opposizioni”.
Alla base c’era un’esigenza reale: rimettere mano a una materia trascurata fin dal dopoguerra. Il resoconto stenografico della Camera – consultato ieri dagli archivisti su richiesta di alanews.it – mostra l’intensità di quei giorni. Sedute che si prolungavano ben oltre le venti; interventi serrati e appassionati. Tra i primi firmatari spiccano nomi come Giulio Andreotti e Aldo Moro, mentre le opposizioni – PCI e PSIUP in testa – prendevano le distanze, chiedendo “modifiche sostanziali prima di andare avanti”.
I verbali di marzo raccontano la tensione in Aula. Nelle prime tre sedute dedicate al testo ci furono più di quaranta interventi registrati. Passaggi ancora oggi carichi di significato. “Non basta cambiare una norma se non cambia la mentalità del Paese”, diceva allora l’onorevole Nilde Iotti dall’opposizione. Parole accolte da applausi ma anche da qualche malumore tra le file della maggioranza.
Secondo Ferretti, “proprio questa divisione rallentò molto l’iter: la commissione ricevette centinaia di emendamenti”. Solo grazie a un lavoro fitto dietro le quinte – racconta il docente – si trovò alla fine una soluzione condivisa. Chi ha partecipato ai lavori ricorda ancora le pause sigaretta nel Transatlantico, gli scambi informali, i fogli passati sottobanco. Fu così che si arrivò a un compromesso in grado di sbloccare l’esame in Aula.
La proposta, pur ridotta rispetto alla versione iniziale, passò in Commissione con 22 voti favorevoli su 30. Fu subito evidente l’eco fuori dal Palazzo. Nei giorni seguenti all’approvazione sui giornali come “Il Messaggero” e “La Stampa” spiccavano titoli che parlavano di “una svolta attesa”; mentre per “l’Unità” restavano “irrisolte questioni essenziali”.
A quasi sessant’anni di distanza, lo storico Ferretti invita a tenere presente quel periodo: “Eravamo in un’Italia attraversata da tensioni ideologiche fortissime. Anche un piccolo passo legislativo assumeva così il peso di un evento importante”. Nei documenti dell’Archivio della Camera emergono lettere da cittadini e comitati: alcuni esprimevano preoccupazione (“si rischia troppo”), altri invece speranza (“finalmente qualcosa si muove”).
Oggi il resoconto del 1965 è studiato nelle facoltà di scienze politiche e giurisprudenza. “Rileggere quelle pagine fa capire come funziona davvero la dialettica democratica”, osserva la professoressa Serena Gentili, archivista alla Camera. Dettagli apparentemente minuti – l’orario preciso dell’inizio delle discussioni (le 15:05), il nome dei commessi annotato a margine – restituiscono il clima autentico delle istituzioni.
Per molti quella storia dimostra che le riforme nascono da uno sforzo collettivo paziente, fatto di mediazioni continue e ripensamenti frequenti. Eppure nelle parole degli attori dell’epoca e negli appunti degli storici c’è anche un monito: senza memoria parlamentare rischiamo davvero di perdere la bussola davanti alle grandi trasformazioni della società.
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