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Pitti Uomo 2024: 750 Marchi in Passerella con Hed Meyner e la New Wave Giapponese per il Rilancio della Moda

Milano, 12 gennaio 2026 – Oggi, tra i corridoi affollati della Stazione Leopolda e le luci soffuse dei vetri opalini, è partita la nuova edizione di Pitti Uomo, il punto di riferimento per la moda maschile in Italia. Fin dal mattino – erano appena le 9 quando i primi fotografi si sono sistemati all’ingresso – l’attenzione era tutta su due poli opposti ma complementari: la presenza di Hed Meyner come ospite speciale e il debutto della “new wave” giapponese in passerella. Un incontro di stili e idee che prova ancora una volta a cambiare le regole dell’eleganza maschile oggi.

Hed Meyner: minimalismo che parla di identità

Il designer israeliano, Hed Meyner, è arrivato a Milano ieri sera. Il suo debutto a Pitti Uomo era atteso da mesi. Poco prima dello show, con voce tranquilla, ha spiegato il motivo dell’attesa: “Porto in Italia una ricerca sulla forma e sullo spazio. Mi interessa l’asimmetria delle linee, il dialogo tra corpo e abito”. In passerella, le sue giacche oversize – tagli ampi, colori neutri e tessuti tecnici – hanno subito cambiato ritmo alla giornata.

Le file ordinate di buyer e giornalisti – arrivati anche da New York, Parigi e Berlino – osservavano in silenzio mentre i modelli camminavano lentamente. Sulle note soffuse di un jazz elettronico, la collezione ha messo in discussione la silhouette maschile tradizionale. Spalle scivolate, pantaloni lunghi fino quasi a sfiorare il pavimento, pochi accessori: “Minimalismo come apertura”, ha detto Meyner dietro le quinte. Dettagli come bottoni nascosti sotto ampie pieghe o tasche interne visibili solo da vicino hanno catturato l’attenzione. Per molti addetti ai lavori si tratta più di architettura che di semplice moda.

La “new wave” giapponese cambia le regole del gioco

Se Meyner puntava sull’essenziale, la vera sorpresa del mattino – lo si sentiva chiaramente nel brusio della sala stampa verso mezzogiorno – è arrivata dagli stilisti emergenti della scena giapponese. Nomi poco noti al grande pubblico italiano: Taichi Murakami, Kota Gushiken, Ryota Murakami. Tutti hanno portato proposte che mescolano tradizione nipponica e influenze digitali.

In passerella si sono visti kimono destrutturati, maglie intrecciate a mano e, dettaglio che ha colpito molti buyer stranieri, inserti fatti con materiali riciclati direttamente da Tokyo. Kota Gushiken ha spiegato ai giornalisti: “Per noi non conta solo lo stile ma anche la sostenibilità: ogni capo deve raccontare una storia”. La scelta dei colori tenui – grigio fumo, blu notte – e forme morbide che seguono il movimento hanno convinto gran parte del pubblico. Ryota Murakami ha persino inserito microchip negli orli dei pantaloni: piccoli dispositivi per tracciare l’origine dei tessuti.

Pubblico internazionale e sguardo verso il futuro

Tra le prime file spiccavano volti noti della moda mondiale: buyer di Selfridges e Barneys, rappresentanti di piattaforme digitali come Farfetch. Da Firenze a Milano il passo è breve, ma questa edizione guarda oltre i confini nazionali. Secondo i dati forniti dall’organizzazione alle 13:00 sono arrivati oltre 4.800 visitatori da 60 Paesi diversi. Un chiaro segnale che Pitti resta un appuntamento centrale nel calendario globale della moda uomo.

Parlando con alcuni esperti del settore emerge un trend chiaro: cresce l’attenzione verso collezioni che uniscano ricerca sul design e cura nell’origine dei materiali. “I clienti vogliono capi tracciabili”, spiega un buyer londinese. “Non basta più il marchio: vogliono sapere come viene fatto un pantalone o una giacca”.

Dietro le quinte: reazioni dal backstage

Dietro le quinte l’atmosfera è carica ma vivace. Modelli che scambiano qualche parola in inglese o giapponese; truccatori all’opera per sistemare ciuffi ribelli mentre fuori scorrono le prime stories su Instagram. Il direttore artistico del salone, Raffaello Napoleone, ha commentato intorno alle 14:30: “Abbiamo voluto portare a Milano tante visioni diverse. Il futuro della moda maschile deve essere aperto e inclusivo”.

Nel tardo pomeriggio i corridoi della Leopolda cominciano a svuotarsi lentamente. L’impressione finale? Un’edizione segnata dall’incontro tra ricerca estetica e attenzione alla sostenibilità. Non solo sfilate, ma un laboratorio in movimento dove tradizione e innovazione provano a dialogare con la stessa lingua.

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