Roma, 6 gennaio 2026 – Stamattina, intorno alle 10, si è tenuta la commemorazione sul luogo dell’agguato di via Fani, dove il 16 marzo 1978 venne rapito Aldo Moro e persero la vita cinque uomini della scorta. L’appuntamento, ormai un rito ogni anno, ha visto insieme istituzioni, familiari delle vittime e cittadini comuni, tutti legati dal bisogno di ricordare senza cadere nella retorica uno degli episodi più drammatici della storia italiana.
Davanti al civico 109 di via Mario Fani, sotto una pioggerellina fastidiosa, sono state deposte corone d’alloro a pochi passi dal punto in cui l’auto di Moro fu bloccata dalle Brigate Rosse. C’erano il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, la presidente della Regione Lazio, Alessandra Troncarelli, e il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Silenzio e sguardi bassi tra i presenti mentre la fanfara della Polizia intonava l’Inno nazionale. “Non è solo un rito – ha detto il ministro – ma un segno di responsabilità verso il nostro passato”.
Gli agenti caduti – Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino – sono stati ricordati uno per uno durante la lettura ufficiale. I familiari si sono stretti sotto ombrelli blu, scambiando poche parole con le autorità. “Veniamo qui ogni anno – racconta Mario Ricci, fratello di Domenico – perché nessuno dimentichi il prezzo che hanno pagato”.
L’attentato del ’78 pesa ancora nella memoria degli italiani. A dare un segnale oggi c’erano anche gli studenti del liceo Mamiani, accompagnati da una professoressa dai capelli corti e grigi. “Abbiamo studiato questa pagina buia – confida Martina, 17 anni – ma esserci oggi fa capire quanto sia davvero vicina”. Durante la cerimonia non sono mancati momenti di raccoglimento: dopo la benedizione del parroco don Carlo Marchi, è stato osservato un minuto di silenzio.
Non è passata inosservata la discreta vigilanza delle forze dell’ordine: un furgone della Digos era parcheggiato poco lontano. Tra i passanti curiosi anche una coppia di turisti inglesi che si sono fermati a chiedere cosa stesse succedendo. “Non avevamo mai sentito parlare di Aldo Moro”, ha ammesso lui mentre guardava lo smartphone.
“Ricordare qui significa riaffermare il valore della democrazia contro ogni forma di violenza”, ha detto Gualtieri a margine dell’incontro. Sullo stesso tono anche Lorenzo Fontana, presidente della Camera dei Deputati, che ha inviato un messaggio letto dalla vicepresidente: “I caduti di via Fani rappresentano un patrimonio morale per tutta la Repubblica”. Nel piccolo corteo non c’erano toni celebrativi; colpiva invece la sobrietà dei gesti e i passi lenti sul marciapiede stretto.
Non c’erano solo esponenti ufficiali. Anna Leonardi, nipote di uno degli agenti uccisi, racconta come la famiglia si ritrovi qui ogni anno per “un bisogno che va oltre la cronaca: ricordare chi erano questi uomini”. Secondo le prime stime della Questura i partecipanti erano poco più di 80. Un numero non altissimo – hanno notato alcuni testimoni – ma costante negli anni.
Via Fani resta un punto simbolo per chi vuole riflettere sulle pagine più oscure del nostro passato. Il selciato rotto, le targhe sbiadite e qualche fiore lasciato nel corso dell’anno parlano di una presenza che resiste nel tempo. C’è chi passa senza far rumore: “Vengo spesso qui per ricordare”, confida un uomo anziano con una borsa della spesa. A pochi metri dal luogo dell’agguato una giovane donna si ferma in silenzio prima di riprendere la strada verso Monte Mario.
“Non è solo memoria storica – conclude Troncarelli – ma impegno concreto: far capire alle nuove generazioni quanto sia fragile la convivenza civile quando viene minacciata dalla violenza”. Un messaggio semplice che oggi, in questa mattina grigia e umida a Roma, è passato dalle parole ai fatti veri.
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