Roma, 6 febbraio 2026 – Un’aula gremita, un brusio che cala solo quando i giudici fanno il loro ingresso. È in questa cornice che prende vita il racconto di due anni di processo, vissuti tra senso del dovere e un’inquietudine mai del tutto sopita. Un giudice a latere, spesso lontano dai riflettori, decide ora di mettere nero su bianco la sua esperienza in un libro, appena uscito per una piccola casa editrice romana. Al centro non ci sono tanto i fatti del processo, quanto la vita quotidiana dell’aula e quel delicato equilibrio tra orgoglio e paura.
Nel libro, l’autore – che per ora preferisce restare anonimo – racconta senza troppi fronzoli le giornate fatte di udienze interminabili e pause caffè nei corridoi del Tribunale di Roma. “La toga pesa sulle spalle proprio nei momenti meno aspettati”, si legge nelle prime pagine. L’orgoglio per il ruolo istituzionale si scontra con una tensione che si fa sentire ogni giorno. “Non è tanto il processo in sé, ma il clima: la pressione, le aspettative, la sensazione di essere osservati anche quando ti confondi tra i passanti fuori da via Lepanto“, confida il magistrato.
Dal primo squillo dell’appello mattutino fino alla camera di consiglio, ogni dettaglio è raccontato con precisione: la voce roca del cancelliere che chiama i nomi, i sussurri tra avvocati in toga nera, le risatine nervose degli imputati. L’autore annota anche le notti insonni, quando il sonno tarda ad arrivare e la mente torna sempre alle carte processuali chiuse nello studio.
La paura, mai detta apertamente ma sempre lì sotto pelle, attraversa tutto il racconto come un sottofondo costante. Il giudice parla delle telefonate anonime arrivate nei giorni più difficili, delle misure di sicurezza rafforzate – “una scorta quasi invisibile ma sempre presente” –, dei piccoli cambiamenti nella vita quotidiana quando lavori a un procedimento sotto i riflettori.
“Mi sono chiesto più volte: sto facendo abbastanza? Cosa vuol dire essere imparziali quando la posta in gioco è così alta?“, si domanda l’autore a metà libro. Da una parte c’è l’orgoglio per la fiducia ricevuta dalle istituzioni; dall’altra una paura che accompagna chiunque abbia il compito di giudicare.
Il racconto non nasconde le tensioni tra i giudici del collegio. Differenze di opinioni su testimoni, calendari e persino sul tipo di caffè da scegliere durante le pause. “Un giudice più anziano diceva sempre: qui dentro bisogna imparare a stare zitti almeno quanto a parlare“, ricorda l’autore in uno dei passaggi più informali. Niente protagonismi: emerge soprattutto la fatica condivisa.
Verso la fine si parla anche di come la giustizia venga vista fuori dalle mura del tribunale. Le reazioni della gente comune, lo sguardo insistente dei giornalisti nelle udienze delicate. Una signora che si avvicina al giudice uscendo da un bar vicino a Piazzale Clodio – “speriamo facciate davvero giustizia“, avrebbe detto sottovoce, senza aspettare risposta.
Il libro evita tecnicismi o ricostruzioni forensi. Più che altro vuole restituire la realtà complessa di chi ogni giorno indossa una toga, tra fascicoli sparsi sulle scrivanie e momenti di fragilità. Nel capitolo finale l’autore invita a pensare al vero senso del lavoro giudiziario: “È fatto di scelte difficili e solitudini silenziose“, scrive.
I primi commenti dagli addetti ai lavori parlano di un testo “vero”, privo di retorica inutile. “Racconta cose che spesso restano chiuse dietro le porte delle aule”, ha detto ieri pomeriggio un magistrato presente alla presentazione nella libreria Spazio Sette, in via dei Barbieri. Un collega ha aggiunto: “Si sente ancora troppo poco la voce dei giudici quando non sono protagonisti dei processi”.
Sul fondo resta chiaro un messaggio: oggi più che mai serve avvicinare la società al mondo della giustizia, mostrando anche debolezze e dubbi irrisolti. “Solo così si capisce davvero cosa succede dietro quella porta chiusa“, conclude l’ultima pagina del libro.
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