Roma, 5 gennaio 2026 – “I nuovi film parleranno a un pubblico di nicchia”. Lo ha detto ieri sera, in un incontro informale con la stampa, Luca Marinelli, uno dei volti più noti del cinema italiano. Era una pausa nelle riprese del suo ultimo film negli studi di Cinecittà. Una riflessione che racconta bene il momento particolare che sta attraversando il cinema in Italia, con meno spettatori tradizionali e un boom senza precedenti delle piattaforme digitali.
Quando gli è stato chiesto se il cinema riesca ancora a parlare a un pubblico vasto come una volta, Marinelli è stato chiaro: “Oggi le sale si riempiono solo per i grandi titoli. Per tutto il resto c’è uno zoccolo duro di spettatori che cerca qualcosa di diverso, magari più impegnativo, meno immediato”. C’è una punta di malinconia nelle sue parole per quei tempi – quelli dei grandi eventi proiettati ovunque – ma anche la consapevolezza di un cambiamento reale.
I dati dell’ANICA dicono che nel 2025 gli ingressi nelle sale italiane sono calati del 17% rispetto ai due anni precedenti, mentre il prezzo medio del biglietto è rimasto stabile. Nel frattempo, piattaforme come Netflix e Prime Video hanno visto salire del 21% gli abbonamenti. Per Marinelli questo sta riscrivendo le regole della produzione: “Chi punta su storie particolari sa già che deve rivolgersi a una minoranza”.
A Cinecittà le sue parole hanno fatto riflettere colleghi e addetti ai lavori. “La vera sfida sarà riportare i giovani in sala”, ha detto una truccatrice storica. Andrea Tagliaferri, regista presente sul set, ha aggiunto che “la serialità digitale ormai detta la strada: molti autori pensano più a episodi o saghe che a un film tradizionale”. Non tutti però vedono tutto nero: c’è chi ritiene che questa specializzazione possa aprire nuove strade creative. La produttrice Sara Bertolazzi commenta: “Parlare a una nicchia non è sempre un limite, anzi può essere uno spazio per sperimentare”.
Guardando i numeri si capisce meglio questo cambiamento. Nel 2025 solo tre film italiani hanno superato il milione di spettatori al botteghino, dieci anni fa erano almeno otto ogni stagione. Il pubblico giovane (tra i 18 e i 34 anni) preferisce format diversi: serie brevi, documentari e storie locali viste soprattutto online. Anche i grandi festival come Venezia e Cannes confermano questa tendenza: sempre più prodotti “ibridi”, pensati per la rete o per essere visti da casa.
Intanto le sale d’essai resistono. A Roma, il Farnese continua a ospitare rassegne frequentate da appassionati e studenti, spesso con dibattiti vivaci dopo ogni proiezione. Segno che un pubblico attento alla qualità c’è ancora.
Poco prima di tornare sul set, Marinelli si è seduto nel camerino con le braccia incrociate e ha spiegato: “Certo, si rischia di perdere qualcosa. Però può essere l’occasione per scoprire nuovi autori o portare avanti temi ignorati dalla grande industria”. Parla senza fronzoli, quasi confidenziale: “Se anche un film raggiunge mille spettatori veri invece di centomila distratti, forse ne vale lo stesso la pena”.
Tra i critici qualcuno avverte il rischio della “bolla autoreferenziale”, dove si parla solo ai soliti pochi addetti ai lavori. Ma altri vedono nella frammentazione una libertà nuova. Insomma, il dibattito resta aperto.
La giornata a Cinecittà finisce con poche certezze e molte domande. Quel che sembra sicuro è che il cinema futuro sarà sempre più diviso tra grandi blockbuster e produzioni pensate per pochi ma fortemente identitarie. Marinelli saluta in fretta quando lo chiama il regista. Prima di uscire dal camerino si volta e aggiunge: “Il bello di questo mestiere? Che non sai mai chi ti sta guardando davvero. E ogni tanto qualcuno ti sorprende”. Una frase buttata lì tra luci fredde e tazze di caffè mezze piene. Forse quella è proprio la nicchia più vera che gli artisti cercano ancora oggi.
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