Roma, 11 febbraio 2026 – Sono 4.500 i posti di lavoro persi in Italia a causa della pirateria digitale. A dirlo è stato Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Associazione Italiana Editori, durante la conferenza stampa di oggi a Palazzo Wedekind. L’allarme arriva dal settore editoriale, che ha visto un duro colpo dall’uso illegale di contenuti online. Accanto a lui, Andrea Riffeser Monti, presidente della Federazione Italiana Editori Giornali, ha chiesto al Parlamento una nuova legge più efficace per contrastare il fenomeno, sottolineando che è urgente intervenire.
Pirateria digitale: un colpo da 300 milioni all’anno
Cipolletta ha spiegato che la diffusione illegale di libri e riviste ha provocato perdite per oltre 300 milioni di euro solo nell’ultimo anno. “Questi numeri fanno male – ha detto – perché dietro ci sono famiglie e lavoratori che soffrono”. Non si tratta solo delle grandi case editrici: anche le piccole e medie imprese, le librerie e i distributori stanno perdendo terreno. Dati raccolti dalla Federazione Editori e dall’Istituto Cattaneo mostrano che nel 2025 quasi un terzo degli utenti tra i 15 e i 45 anni ha scaricato almeno un contenuto senza autorizzazione. Il fenomeno riguarda soprattutto le grandi città come Milano, Roma e Napoli, ma non risparmia nemmeno province più piccole.
Un appello chiaro: serve una legge più stringente
Di fronte a questi dati, gli editori chiedono una svolta nelle norme anti-pirateria. “Non possiamo andare avanti così – ha spiegato Riffeser Monti – la tecnologia corre veloce, ma la legge resta ferma. Serve una normativa nuova, aggiornata e pronta a intervenire subito”. Le attuali procedure per far rimuovere i contenuti pirata sono lente: “Ci vogliono settimane, a volte mesi. E intanto il danno è già fatto”. Ha citato il modello francese Hadopi come esempio da prendere in considerazione per l’Italia. “Serve dare poteri reali agli organi di controllo e collaborare di più con le piattaforme digitali”, ha concluso.
Prevenzione e sanzioni: le armi contro la pirateria
Sul fronte delle soluzioni, sono emerse idee diverse. Cipolletta ha puntato molto sulla prevenzione, partendo dalla sensibilizzazione degli utenti: “Molti non capiscono che dietro ogni file pirata ci sono scrittori, traduttori e redattori che rischiano il posto di lavoro”. Riffeser Monti invece insiste sulle sanzioni più dure: multe salate, sospensioni degli account usati per scaricare o diffondere materiale protetto, insieme a campagne nelle scuole per informare meglio i giovani. “Bisogna agire su tutti i fronti”, ha detto.
Dal pubblico sono arrivate voci preoccupate dai sindacati del settore grafico ed editoriale. Un delegato della SLC-CGIL ha lanciato un appello: “Chiediamo garanzie per i lavoratori. Ogni posto perso per colpa della pirateria è un colpo al futuro dell’intero comparto”. La trentina di persone presenti – tra editori, giornalisti e parlamentari – ha seguito con attenzione gli interventi.
La sfida delle nuove tecnologie
Non si può ignorare poi il ruolo delle nuove tecnologie che facilitano la diffusione illegale dei file. Nel 2025 quasi il 40% delle copie pirata sono passate tramite piattaforme di messaggistica istantanea o canali Telegram. Per gli editori questo problema richiede una risposta internazionale: “Nessuno Stato può farcela da solo”, ammette Cipolletta.
Nel frattempo il settore prova a muoversi con investimenti in sistemi come i DRM (Digital Rights Management), accordi con piattaforme online per rimuovere automaticamente i contenuti sospetti e monitoraggi continui dei siti pirata. Ma le difficoltà restano: risorse scarse, personale ridotto e la sensazione che la battaglia sia ancora aperta.
In gioco c’è cultura e lavoro
La conferenza stampa ha rimesso in primo piano la necessità di difendere la proprietà intellettuale e proteggere l’occupazione nel mondo dell’editoria italiana. “Non chiediamo privilegi – ha concluso Cipolletta –, ma solo condizioni per lavorare senza paura”. L’appello agli enti pubblici è chiaro: servono regole chiare e strumenti concreti contro la pirateria digitale.
Per ora restano quei numeri pesanti: oltre 4.500 posti di lavoro persi, centinaia di milioni buttati via ogni anno, migliaia di professionisti appesi a un filo. Ma oggi a Palazzo Wedekind c’era anche una certa determinazione nell’aria. Forse stavolta qualcosa potrà davvero cambiare.





