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Il Simbolismo in Italia: Oltre 140 Opere in Mostra alla Fondazione Magnani-Rocca

Milano, 27 gennaio 2026 – Alla fine dell’Ottocento, all’alba del Novecento, il Simbolismo esplose sulla scena europea in un periodo di grande fermento. Artisti come Gustave Moreau e Odilon Redon, insieme a italiani del calibro di Gaetano Previati e Giovanni Segantini, cominciarono a trasformare il sogno, il mito e il mistero in immagini dense di significato e ambiguità. Oggi, a Milano, una mostra riporta sotto i riflettori quella stagione artistica potente, raccogliendo decine di opere da musei e collezioni private. Un viaggio – dicono gli organizzatori – per capire le ragioni di quella rivoluzione silenziosa ma fondamentale nella pittura moderna.

Il linguaggio del sogno tra inquietudine e rivelazione

All’inizio del Novecento, mentre la scienza faceva passi da gigante e le città cambiavano volto, la pittura simbolista prese una direzione diversa. Non cercava la realtà così com’è, ma puntava al mondo invisibile: ciò che non si dice, i ricordi, le ossessioni. Moreau dipingeva santi ed eroi come apparizioni evanescenti; Redon, nel suo studio parigino al 3 di rue Rousselet, moltiplicava fiori e volti usciti da sogni, illuminati da una luce che sembrava venire da un altro mondo. Anche gli italiani non restarono a guardare: per esempio, Previati sperimentò tecniche nuove per dare forma a visioni leggere e impalpabili. “L’arte deve suggerire, non spiegare”, annotò nel 1905 sui suoi quaderni.

In mostra spicca proprio un suo dipinto (La danza delle ore, 1899), che trasmette lo stupore davanti al tempo che scivola via. Nei taccuini dei visitatori dell’epoca si legge spesso la parola “mistero”. Una donna con un ventaglio scriveva: “A volte ho paura che quelle figure mi guardino davvero”.

Simbolismo italiano: spiritualità e natura in dialogo

Mentre a Parigi si inseguivano miti nordici e sogni decadenti, in Italia il simbolismo prendeva una strada più legata alla terra. Nel 1902, sulle rive del lago di Como, Segantini lavorava a uno dei suoi cicli più famosi – quello dedicato alla Natura – dove il paesaggio alpino si intrecciava con una tensione quasi religiosa. Un critico dell’epoca annotava nel catalogo (archivio Fondazione Segantini): “La montagna diventa altare”.

Giulio Aristide Sartorio, invece, inseguiva la bellezza classica nelle sale dell’Accademia di Roma; mentre l’amico Alberto Martini dava forma a sogni inquieti e figure cariche di visioni. Per lo storico dell’arte Giorgio Verzotti, il vero punto di forza del simbolismo italiano fu proprio questa mescolanza: “Non solo mito e leggenda, ma anche una ricerca intima della spiritualità”.

Immagini potenti e il segno della modernità

Al centro della mostra milanese ci sono naturalmente i dipinti. Ma c’è spazio anche per disegni e stampe: fogli su cui si vede il gesto incerto, lo schizzo lasciato a metà strada. Il curatore Andrea Bacchi spiega che “il simbolismo anticipa molte inquietudini del Novecento: la perdita del centro, la frammentazione del soggetto”.

Le opere raccontano un tempo sospeso. Si passa dal cavaliere errante di Moreau agli occhi spalancati dei bambini nei pastelli di Redon, fino ai paesaggi nebbiosi di Previati. In ogni sala si sente quella che Bacchi chiama “una tensione verso l’invisibile”.

Dall’eredità simbolista all’oggi

Oggi molti vedono il simbolismo come una parentesi chiusa fra due secoli. Eppure – sottolineano diversi studiosi – molte sue domande restano vive. La ricerca di un senso oltre la realtà materiale; l’abbandono nell’immaginario; l’ambiguità come stile: sono temi che tornano nell’arte contemporanea.

Il pubblico della mostra alla Galleria d’Arte Moderna di Milano (aperta fino al 15 marzo) sembra cogliere proprio questa attualità. Una studentessa universitaria si ferma davanti a una tela di Martini e mormora: “Sono domande ancora nostre”.

Insomma, il simbolismo ha davvero trasformato sogno, mito e mistero in un linguaggio pittorico vivo. Lasciando un segno che continua a farci riflettere – forse perché quei misteri ancora non hanno risposte semplici.

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