Roma, 12 gennaio 2026 – Wes Anderson ha dominato la notte del cinema italiano, portandosi a casa ben quattro premi con il suo ultimo film durante la cerimonia di ieri al Teatro Argentina, nel cuore della Capitale. Il regista texano, ormai un habitué delle scene europee, ha visto riconosciuto il suo stile unico e la cura quasi maniacale per i dettagli. Una vera valanga di premi che ha scosso il pubblico, diviso tra applausi fragorosi e qualche mormorio di sorpresa, poco dopo le 23:15, quando sono stati svelati i vincitori.
La pellicola di Anderson, indicata da molti come favorita fin dall’inizio, ha vinto nelle categorie principali: miglior regia, scenografia, colonna sonora e costumi. Il film, ambientato in una Parigi sfumata degli anni Sessanta, è popolato da personaggi eccentrici e dialoghi quasi surreali. In sala si respirava una tensione mista a stupore mentre la presidente di giuria – la regista italiana Chiara Bellini – annunciava il quarto premio legato ad Anderson. “Abbiamo voluto premiare coerenza visiva e narrativa”, ha spiegato Bellini sul palco. Poi ha aggiunto che “lo stile di Anderson resta un punto di riferimento per un’intera generazione”.
Il cast seduto nelle prime file ha accolto la notizia con sorrisi contenuti – quel tipico autocontrollo da grande evento internazionale. Ma dietro le quinte l’entusiasmo era palpabile. “Lavorare con Wes è come entrare in un altro mondo”, ha raccontato Adrien Brody, uno dei protagonisti, ai giornalisti. “Ogni dettaglio è pensato; non c’è spazio per l’improvvisazione”. Accanto a lui, la costumista Milena Canonero – già vincitrice dell’Oscar – ha sottolineato quanto ogni tessuto sia stato curato: “Anche un bottone fuori posto avrebbe creato problemi”.
La stampa internazionale non si è fatta pregare con le domande. Qualcuno ha chiesto se questo successo romano possa aprire le porte ad altri riconoscimenti in Europa o agli Oscar. Anderson, sempre riservato, si è limitato a un ringraziamento asciutto: “Facciamo questo lavoro perché amiamo raccontare storie. Il resto arriva da sé”.
Il cammino del film era cominciato mesi fa al Festival di Cannes. Da allora – tra recensioni positive e una discreta risposta al botteghino – il film aveva convinto soprattutto i critici d’oltralpe. In Italia, dove è arrivato in sala a fine novembre, ha superato i 2 milioni di euro nella prima settimana: un risultato oltre le aspettative della distribuzione (dati Cinetel).
Non sono mancati però gli scettici. Per alcuni critici l’estetica continua a prevalere sulla profondità della storia. Ma ieri sera a Roma sembra che la giuria abbia fatto centro: applausi a parte, nel foyer diversi giovani studenti di cinema si sono fermati a discutere della fotografia “in stile acquerello” e del modo in cui Anderson riesce a “rendere semplice ciò che sembra impossibile”.
Adesso lo sguardo è rivolto ai prossimi festival internazionali: Berlino e Venezia sono i passaggi chiave nella corsa ai premi europei. La produzione non ha ancora confermato se il cast sarà presente in queste occasioni. Nel frattempo, cresce la curiosità su come questo consenso possa influenzare gli Academy Awards.
“Il cinema d’autore trova ancora spazio nei grandi eventi”, commenta Laura D’Amico, responsabile cultura de Il Mattino. Per Anderson e la sua squadra il messaggio è chiaro: uno stile riconoscibile sì, ma sostenuto da una narrazione solida. È qui che si giocherà la partita più importante.
I quattro premi vinti a Roma sono solo l’inizio di una stagione che promette altre sorprese. Per il pubblico italiano – tra lunghe code davanti ai cinema d’essai e discussioni online – il dibattito è appena iniziato.
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