Cesena, 8 gennaio 2026 – C’è una storia poco raccontata che parla forte del legame tra questa città e le sue opere. È quella del monumento di Piazza del Popolo, voluto dal Comune di Cesena all’inizio del Novecento e salvato dalla distruzione grazie al coraggio di un giovane cittadino. Nel 1913, l’amministrazione affidò a Arturo Orlandi, scultore bolognese ventottenne, il compito di realizzare una statua commemorativa da mettere nel cuore della città. Doveva rappresentare l’impegno civile e la memoria collettiva, in un’epoca tesa che anticipava la Grande Guerra.
Quando una statua fece discutere tutta la città
Il progetto nacque tra dibattiti accesi in consiglio comunale, come raccontano gli archivi cittadini. I consiglieri si confrontarono con i cittadini su cosa fare: c’era chi voleva una fontana, chi preferiva una statua allegorica, altri invece – come annotava il cronista locale Giovanni Fabbri – spingevano per una semplice targa. Alla fine prevalse l’idea più visibile: una statua in bronzo che raffigurava un giovane con una pergamena in mano, simbolo di sapere e impegno civico. L’opera venne realizzata in poco più di un anno e inaugurata il 24 giugno 1914 davanti a tutte le autorità e a una folla stimata in circa duemila persone, racconta il “Corriere Cesenate”.
Quasi distrutta: il rischio evitato per un soffio
Gli anni passarono e con la guerra arrivarono ferite profonde. Negli anni Trenta l’aria cambiò. Una nota interna al Comune del maggio 1937 – ora conservata nell’Archivio storico di Cesena – parla chiaro: si discuteva di togliere quella statua. Per alcuni era fuori tempo; per altri solo un ingombro nella piazza. I motivi precisi non sono mai stati chiariti del tutto, ma la minaccia divenne concreta quando il 12 giugno 1937 comparve un avviso che annunciava lo smantellamento imminente.
In quei giorni intervenne Renzo Baldini, allora studente al liceo classico Monti. “Non potevo accettare che un pezzo della nostra memoria sparisse così,” ha scritto in una lettera oggi custodita tra le carte di famiglia. Insieme ad altri compagni raccolse firme – si parla di oltre 800 – e le portò personalmente a Palazzo Albornoz al sindaco Luigi Fabbri.
Quando la città si è ribellata per salvare la sua storia
La protesta montò rapidamente. Nei giorni seguenti, dicono le cronache, alcuni negozianti chiusero i battenti per solidarietà. “Quel monumento era il punto d’incontro per tante generazioni,” ricorda lo storico locale Giovanni Ravaglioli. La giunta dovette tornare sui suoi passi: non solo la statua restò al suo posto ma fu anche restaurata. I lavori finirono nel marzo del 1938 e la statua venne completata con una targa che ricordava proprio quell’impegno dei giovani cittadini.
Un segno tangibile nel cuore della città
Oggi quella statua è ancora lì, nel mezzo di Piazza del Popolo, a pochi passi dalle panchine dove studenti e famiglie si ritrovano ogni pomeriggio, tra il vociare del mercato e le luci dei locali serali. Un dettaglio che pochi notano: alla base si legge ancora l’iscrizione in bronzo “A chi difende la memoria”, messa dopo quell’episodio.
“Quella vicenda ci mostra che il patrimonio artistico non è mai solo bellezza,” ha detto ieri Francesca Lucchi, assessora alla cultura del Comune. Eppure, non tutti i cesenati conoscono questa storia: molti vedono la statua come qualcosa che è “sempre stata lì”, un punto fermo silenzioso ma importante. Solo scorrendo vecchie carte comunali o ascoltando le storie delle famiglie si capisce davvero quanto sia stato decisivo il ruolo di Renzo Baldini e dei suoi coetanei nel salvare questo simbolo.
Una pagina di storia locale che rischiava di andare persa, come spesso succede quando memoria pubblica e ricordi privati si mescolano senza lasciare tracce sui libri. Passeggiando oggi sotto questa pioggia leggera di gennaio, qualcuno forse si fermerà davanti a quel volto in bronzo e si chiederà cosa sarebbe successo se nessuno avesse avuto il coraggio di dire no alla distruzione.





