Milano, 10 gennaio 2026 – Cinquant’anni dopo la nascita di Ziggy Stardust, un nuovo documentario porta sullo schermo gli ultimi anni di David Bowie, ripercorrendo i momenti chiave che hanno trasformato il musicista londinese in una delle icone più riconoscibili del Novecento. Il film, uscito oggi in diverse sale italiane, si concentra soprattutto sul periodo dal 2013 al 2016, quando Bowie – già noto come il Duca Bianco – scelse il silenzio lontano dai riflettori per preparare l’ultimo capitolo della sua carriera.
Dagli esordi ai riflettori internazionali
Nato come David Robert Jones a Brixton nel 1947, Bowie ha attraversato decenni reinventandosi continuamente. Il personaggio di Ziggy Stardust, apparso nel 1972, segnò una svolta decisiva nella sua vita e nella musica pop e rock. Con capelli arancioni, tutine scintillanti e movenze teatrali, Ziggy rimane un simbolo di libertà creativa nell’immaginario collettivo. “Con Bowie niente era mai definitivo, nemmeno il successo”, ha raccontato Tony Visconti, storico produttore del cantante, in una delle interviste raccolte nel film.
Negli anni Settanta – tra Londra e Berlino – Bowie cambiava pelle con la stessa naturalezza con cui variava la scaletta dei suoi concerti. Solo allora, con album come “Heroes” e “Low”, il pubblico cominciò a capire la profondità di un artista capace di spaziare dal glam rock al soul, dal pop elettronico al jazz. Eppure dietro la sua teatralità spesso si nascondeva una fragilità che emerge anche nelle immagini intime mostrate nel documentario.
Il ritiro dalle scene e il ritorno a sorpresa
Dopo il tour mondiale del 2004 – interrotto bruscamente da un infarto durante una data a Scheeßel, in Germania – Bowie decise per una lunga pausa dalla vita pubblica. Negli anni seguenti si trasferì a New York, diviso tra Central Park e le librerie del Village, quasi volesse sparire sotto i cappotti scuri dell’anonimato. Secondo il regista Francis Whately, la scelta di tornare con l’album “The Next Day” (2013) fu ponderata: “Non voleva tornare per nostalgia, cercava qualcosa di nuovo”.
Nel documentario diversi collaboratori raccontano quei mesi intensi negli studi di registrazione a Manhattan. Il chitarrista Earl Slick ricorda una chiamata a notte fonda: “Disse solo ‘siamo pronti’. Ma non spiegò mai cosa cercasse veramente”. Le immagini mostrano anche i brevi incontri con i fan fuori casa sua a Lafayette Street: qualche selfie con i più fortunati e un rapido saluto prima di sparire dietro al portone.
Il testamento artistico di “Blackstar”
La parte centrale del film è dedicata alla creazione di “Blackstar”, l’ultimo disco pubblicato appena due giorni prima della morte di Bowie, il 10 gennaio 2016. Secondo i musicisti coinvolti, l’artista lavorò in condizioni precarie senza mai mostrare debolezze. “Si sentiva ancora un artigiano”, ha detto Donny McCaslin, sassofonista e band leader nelle registrazioni. Nei momenti più rilassati si vede Bowie sorridere durante le pause, disegnare copertine su fogli sparsi e scherzare sui testi – quasi a voler nascondere la fatica degli ultimi mesi.
Blackstar è stato subito riconosciuto come un disco fuori dagli schemi: jazz elettronico e atmosfere cupe che divisero critica e pubblico. Solo dopo la sua morte molti hanno letto nei brani un vero testamento spirituale. L’ex moglie Angela Barnett ha commentato nel film: “Per lui la morte non era un addio ma un’altra trasformazione”.
Una figura senza tempo
A cinquant’anni dalla prima apparizione di Ziggy Stardust, l’eredità di Bowie resta intatta e continua a ispirare nuove generazioni. La proiezione milanese del documentario ieri sera – alla presenza di ex collaboratori e appassionati – ha confermato quanto sia vivo il personaggio. Fuori dalla sala, intorno alle 21.30, alcuni giovani fan si sono radunati con parrucche colorate e vinili sotto braccio. Giorgio, 19 anni, ha detto ad alanews.it: “Per me Bowie è sempre stato avanti rispetto a tutti”.
Il film – distribuito da una cordata europea che comprende anche la BBC – sarà nei cinema italiani fino al 20 gennaio. Non ci sono celebrazioni ufficiali previste a Londra per questo anniversario ma alcune fonti vicine alla famiglia lasciano aperta l’ipotesi di una mostra itinerante con materiale inedito raccolto negli ultimi anni.
Solo allora si potrà capire davvero quanto Ziggy Stardust e il Duca Bianco abbiano cambiato la musica contemporanea. Nel frattempo resta la testimonianza di chi l’ha conosciuto da vicino: “Non era solo Bowie, era uno come noi”, ripete uno degli intervistati nel documentario. Ed è forse questa la verità più sincera.





