Copenaghen, 23 gennaio 2026 – Ieri sera, nella gelida atmosfera danese di Copenaghen, l’élite della cucina mondiale si è radunata all’Alchemist, il locale guidato dallo chef Rasmus Munk, per un evento che molti addetti ai lavori vedono come una vera svolta nella scena gastronomica internazionale. Dalle 19 in poi, nel quartiere industriale di Refshaleøen, una serie di chef stellati e critici si sono seduti intorno a tavoli essenziali, pronti a osservare da vicino una delle cucine più discusse e ammirate del momento.
Un evento per pochi: grandi aspettative
L’invito era limitato a circa settanta persone. Volti noti come René Redzepi (Noma), Massimo Bottura (Osteria Francescana) e la francese Anne-Sophie Pic sono arrivati all’Alchemist poco prima delle 19, passando attraverso un ingresso nascosto. Ognuno è stato accolto dallo stesso Munk, visibilmente nervoso ma concentrato: “Non voglio mostrare solo piatti — ha confidato a margine — cerco di raccontare un’idea, qualcosa che rimanga”. Parole che hanno acceso la curiosità degli ospiti, i quali parlottavano sommessamente tra loro. L’atmosfera era quella delle grandi occasioni, carica di attesa.
Quando la cena diventa spettacolo
Alchemist non è un ristorante come gli altri: qui la cena è uno spettacolo, una performance che spesso sfiora la provocazione. I presenti hanno assaggiato piatti che intrecciano sapientemente tecnica e narrazione. Dalla celebre “lingua di merluzzo con perle di inchiostro” fino a un piatto ispirato alla crisi climatica, tutto sembra pensato per stimolare non solo il gusto ma anche la mente. Le luci soffuse e i video proiettati sulle pareti cilindriche hanno contribuito a creare un’esperienza che coinvolge tutti i sensi. Charles Wells, critico londinese presente alla serata, ha commentato sottovoce: “Qui si va oltre il cibo: è una vera dichiarazione d’intenti”.
Copenaghen: capitale della cucina d’avanguardia
Non si è trattato solo di una cena speciale. Negli ultimi anni Copenaghen è diventata uno dei centri più vivaci dell’alta cucina europea, con una concentrazione di ristoranti stellati e progetti innovativi quasi senza pari. L’Alchemist, aperto nel 2019 dopo oltre tre anni di preparazione, è uno dei protagonisti di questa nuova ondata. “Abbiamo scelto Copenaghen perché qui si può davvero osare”, ha detto Anne-Sophie Pic arrivando in città, avvolta in un cappotto grigio fumo e seguita dal suo staff. Eppure — si mormorava durante l’aperitivo — emergere in una realtà così competitiva non è affatto semplice.
Ospiti e momenti chiave della serata
Intorno alle 21.30, tra brindisi discreti e discussioni sempre più animate, lo chef Munk ha presentato un piatto dedicato all’intelligenza artificiale: piccole sfere gelatinose con sensori luminosi incorporati. La scelta ha diviso la sala: qualcuno ha applaudito con entusiasmo, altri invece hanno storto il naso. Massimo Bottura ha scherzato: “Qui l’innovazione non manca, meno male”. Nel frattempo il team guidato dalla maître d’hôtel Lise Andersen si muoveva veloce tra i tavoli per illustrare ingredienti e tecniche usate. Solo allora molti ospiti si sono lasciati andare a qualche confidenza: “Dopo questa esperienza tornare in Italia sarà dura”, ha ammesso un giovane chef milanese.
Tra entusiasmi e dubbi sul futuro
Verso la fine della serata, poco dopo le 23, gli ospiti si sono ritrovati nel foyer per l’ultimo calice di champagne. Il bilancio? Più che positivo — almeno nelle parole di Redzepi: “Pochi posti al mondo ti fanno pensare al futuro del cibo come questo”, ha detto ai cronisti prima di andarsene rapidamente. Dietro le quinte però qualcuno rifletteva già su cosa verrà dopo. La cucina nordica continuerà a dettare legge? “È una sfida aperta”, ha risposto Munk con un sorriso.
A Copenaghen si parlerà ancora a lungo dell’Alchemist. Perché certe esperienze — anche in un ambiente dove tutto sembra calcolato nei minimi dettagli — lasciano sempre spazio all’imprevisto e alla discussione. E questa volta, almeno qui, la cucina sembra aver trovato il suo nuovo palcoscenico.





