Milano, 6 gennaio 2026 – Ieri sera si è spento, a 81 anni, Giorgio Ferrari, ex assessore e figura di riferimento della pubblica amministrazione milanese, protagonista per decenni della vita istituzionale della città. La notizia è arrivata intorno alle 20:30, quando la famiglia, riunita nella sua casa di via Pagano, ha comunicato la scomparsa agli amici più stretti. Solo dopo il cordoglio si è allargato a Palazzo Marino, dove Ferrari aveva lavorato per oltre trent’anni tra scrivanie e riunioni.
Nato a Milano nel 1944, Ferrari aveva cominciato a muovere i primi passi nella politica locale negli anni Settanta. I colleghi lo ricordano come uno mosso da “un senso di servizio raro oggi”. Nei primi anni Ottanta ha preso in mano la delega all’urbanistica, seguendo da vicino la trasformazione dei quartieri a nord della città. “Le periferie erano la sua ossessione – ha detto ieri sera il sindaco Giuseppe Sala – eppure davanti ai dossier più complicati non cercava mai scorciatoie”. Nel 1992 ha cambiato incarico e si è occupato dei lavori pubblici, guidando la ristrutturazione delle scuole comunali e un primo piano contro il degrado in piazza Selinunte.
Il Comune non ha perso tempo a reagire. Pochi minuti dopo aver confermato la notizia, Sala ha diffuso una nota: “Un uomo che ha lavorato solo per il bene comune, con metodo, umiltà e uno spirito critico sempre acceso”. Nessuna retorica nel messaggio del sindaco. Semmai emergeva il ritratto di un professionista “capace di ascoltare e trovare un accordo anche quando sembrava impossibile”. Da Palazzo Lombardia sono arrivati messaggi simili: “Ha combattuto per i quartieri popolari e per i diritti degli anziani”, ha detto l’assessora regionale Paola Di Marco.
Ferrari ha sempre vissuto lontano dai riflettori – quasi per scelta, raccontano oggi in Comune. Non amava interviste né cerimonie; preferiva concentrarsi sui dettagli dei fascicoli o sui tavoli tecnici. “Dopo le riunioni si fermava sempre a chiedere come stessero davvero le persone – racconta Elisa Rocchi, dirigente comunale – e anche nei momenti più difficili riusciva a smorzare la tensione con una battuta”. Solo una volta aveva accettato di parlare in pubblico, durante un evento dedicato alla riqualificazione del Lorenteggio. “Disse che la città non è fatta solo di asfalto ma anche di fiducia. Ci colpì molto”, ricorda una volontaria del Comitato di zona 6.
Negli ultimi anni, dopo il pensionamento nel 2014, Ferrari si era ritirato discretamente dalla vita amministrativa. Continuava a collaborare come consulente con alcune onlus milanesi attive nel sociale – soprattutto con il Banco Alimentare – senza mai mettersi in mostra nei talk o agli eventi pubblici cittadini. “Non era tipo da postare foto su Facebook – spiega un ex assessore – preferiva una telefonata o una passeggiata in zona Magenta”. Un modo di fare che negli ambienti istituzionali veniva visto come raro e quasi fuori moda.
La notizia della sua morte ha lasciato un vuoto che si percepiva chiaramente in tanti ambienti cittadini. Nei corridoi del Comune questa mattina regnava un silenzio insolito, quello delle giornate importanti. La bandiera di Palazzo Marino è stata messa a mezz’asta fin dalle prime ore dell’alba. In piazza Duomo alcuni passanti hanno lasciato biglietti con poche parole semplici: “Grazie Giorgio”, all’ingresso della Galleria Vittorio Emanuele. Ma chi lo conosceva bene ricorda anche l’uomo fuori dall’ufficio: la passione per il Milan e le partite viste con gli amici al bar vicino al Teatro Nazionale.
I funerali saranno domani alle 11 nella chiesa di San Francesco d’Assisi al Fopponino. Sono attese molte personalità della politica cittadina e regionale. La famiglia ha chiesto di sostituire i fiori con donazioni alla mensa dei poveri di viale Piave, una realtà che Ferrari seguiva da anni con affetto. Al momento non sono previsti monumenti o intitolazioni pubbliche; si parla invece tra gli operatori sociali di dedicargli una giornata per il volontariato urbano.
Dietro l’immagine pubblica rimangono le storie concrete raccolte in quarant’anni di impegno civile. “Non ci sono eroi o santi in questa città”, dice un collega storico, “solo persone che fanno il loro dovere fino all’ultimo giorno. Lui era uno di loro”. Qui finisce la cronaca: spazio ora a un silenzio rispettoso e a qualche ricordo personale.
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