Roma, 17 febbraio 2026 – Dopo decenni di silenzio, torna a far parlare di sé il “Taglio del toro”, un antico rito dalle radici etrusche e romane. Da qualche giorno, tra studiosi, archeologi e appassionati di storia antica, il dibattito si è riacceso a seguito del ritrovamento di alcuni reperti nelle campagne vicino Tarquinia, in provincia di Viterbo. Gli esperti ritengono che si tratti dei resti di un’arena cerimoniale e di ossa animali riconducibili proprio a quel rito praticato tra il IV e il II secolo avanti Cristo. Un evento che sta suscitando fermento anche nel mondo accademico, spingendo a interrogarsi su cosa possa raccontarci oggi una tradizione così lontana.
L’antico rito torna alla luce nelle campagne laziali
Il “Taglio del toro” – noto anche come taurobolium in latino – era una cerimonia sacrificale legata ai culti misterici orientali e in seguito al culto della dea Cibele. Nell’antichità veniva eseguito per assicurare fertilità e protezione. Il rito era cruento: un toro veniva ucciso sopra una fossa dove il fedele si faceva cospargere dal sangue dell’animale. Le ricostruzioni più accreditate indicano che questa pratica arrivò in Italia dagli ambienti asiatici e greci già nel periodo etrusco, per poi essere adottata dai romani soprattutto in momenti difficili come crisi politiche o carestie.
Gli ultimi scavi condotti dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Etruria Meridionale hanno riportato alla luce, nella località Pian dei Sassi a pochi chilometri da Tarquinia, una struttura ellittica in pietra e resti di grandi animali, soprattutto tori adulti. “La disposizione dei reperti e alcune iscrizioni non lasciano molti dubbi: siamo davanti a un taurobolium”, spiega la professoressa Federica Landi dell’Università La Sapienza, tra le prime ad intervenire sul sito.
Un dibattito acceso tra studiosi e comunità
A stupire non sono solo le buone condizioni dei reperti ma anche la presenza di utensili rituali e frammenti ceramici decorati. Il confronto tra gli esperti è subito diventato acceso. “Questi reperti sono fondamentali per capire la spiritualità etrusca e il rapporto fra uomo e animale”, ha sottolineato Landi durante un incontro sabato pomeriggio al Museo Nazionale di Tarquinia. Nel frattempo, le autorità locali si stanno mobilitando per mettere l’area sotto tutela contro eventuali saccheggi.
Non mancano però i dubbi: secondo altri specialisti come l’archeologo Paolo Leoni – già direttore degli scavi di Vulci – è ancora presto per dare giudizi definitivi. “Ci vorranno mesi prima di avere un quadro completo”, ha detto ai giornalisti presenti. L’interesse intanto cresce anche tra i cittadini: da venerdì scorso decine di curiosi si sono presentati nelle campagne intorno al sito, molti arrivati appositamente da Roma e Firenze.
Le origini del taurobolium nel cuore dell’Italia antica
Il taurobolium nasce in un’epoca segnata da profondi cambiamenti sociali. Tra IV e III secolo a.C., le comunità dell’Italia centrale affrontavano crisi come carestie, tensioni interne e minacce esterne. Nei momenti difficili i riti collettivi erano una forma importante di coesione sociale. Sacrificare un toro – animale imponente – aveva dunque un grande valore simbolico: si chiedeva protezione agli dei per i raccolti o per la città.
Anche nell’età romana il rito assunse nuovi significati: oltre alla richiesta d’aiuto divenne anche gesto pubblico di ringraziamento dopo vittorie militari o la fine di pestilenze. Plinio il Vecchio ne parla nei suoi scritti mentre alcune epigrafi trovate nella zona di Ostia Antica ricordano la “purificazione con sangue taurino”.
Cosa ci insegna questa scoperta
Il caso Tarquinia fa riflettere su quanto i riti antichi siano stati parte integrante della vita delle popolazioni italiche. “Non stiamo solo ricostruendo un episodio lontano nel tempo”, confida Marco Anselmi, direttore del museo, “ma abbiamo l’opportunità di rileggere il nostro rapporto con il sacro e con le tradizioni agricole”. La visione è condivisa anche da altri studiosi: secondo il professor Luigi Bianchi dell’Università Roma Tre queste scoperte aiutano a “sconvolgere gli stereotipi sull’Etruria misteriosa e chiusa”, mostrando invece una società aperta ai contatti con le culture mediterranee vicine.
Non è ancora chiaro quali risultati emergeranno nei prossimi mesi. Le analisi sulle ossa animali – affidate al laboratorio dell’Istituto Centrale per il Restauro – richiederanno tempo. Nel frattempo l’area resta sorvegliata dalle forze dell’ordine con ingressi regolati dal Comune.
Un percorso museale per raccontare il rito
Si sta già pensando a un percorso espositivo dedicato al taurobolium all’interno del Museo Nazionale Etrusco. Una proposta che la direttrice Maria Gabriella Ricci definisce capace di “offrire uno sguardo concreto sulla complessità della religiosità antica”. Tra le ipotesi sul tavolo ci sono anche collaborazioni con università straniere.
Una cosa è certa: la riscoperta del Taglio del toro ribadisce quanto sia prezioso lo scavo paziente e la ricerca condivisa. E lascia intuire che sotto terra, in Italia, ci sia ancora molto da scoprire sul legame millenario tra uomini, animali e sacro.





