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The Friend’s House is Here: l’arte underground dei giovani iraniani premiata al Sundance contro il regime

Milano, 31 gennaio 2026 – Al Sundance Film Festival, uno degli appuntamenti più attenti al cinema indipendente e alle sue nuove frontiere, il premio per la miglior regia è andato a “The Friend’s House is Here”. Un film girato in gran segreto e già al centro di vivaci dibattiti tra addetti ai lavori e spettatori. L’annuncio è arrivato ieri sera, poco prima delle 22 ora italiana, nella sala principale del festival a Park City, Utah. Per la troupe – quasi tutta iraniana e sotto pseudonimo – è stato un momento intenso, accolto da una lunga ovazione. Ma dietro questo successo si nasconde una storia ben più complessa: un set clandestino e un progetto che rischiava di restare chiuso in un cassetto.

Un premio che racconta libertà e coraggio

“The Friend’s House is Here” è stato realizzato in Iran, in luoghi tenuti segreti per motivi di sicurezza, tra primavera ed estate del 2025. La regista – indicata ufficialmente come M. R., per proteggere la sua identità – ha lavorato con una squadra ridotta, spesso spostandosi rapidamente per evitare controlli. Il film, secondo le prime voci raccolte da Alanews tra gli spettatori al Sundance, narra la storia di due donne nella Teheran contemporanea, tra restrizioni severe e sogni di fuga.

“Girare era una sfida continua,” ha raccontato la regista in un collegamento video da un luogo sconosciuto. “Dovevamo muoverci velocemente, spegnere le luci se sentivamo minacce. Ogni giorno era un rischio.” La sua voce si è rotta per l’emozione, poi ha preso la parola la produttrice esecutiva: “Il nostro film è nato dal coraggio di chi ha deciso di esserci.” L’applauso in sala si è allungato più del previsto, con molti spettatori in piedi.

Set nascosto, riprese lampo e paura costante

Fonti vicine alla produzione confermano che il budget di “The Friend’s House is Here” è rimasto volutamente modesto – poco più di 80mila euro –, con attrezzature trasportate a spalla e riprese fatte all’alba o a tarda notte per non farsi notare. Nessun permesso ufficiale: solo amici fidati e collaboratori scelti con grande attenzione.

Il rischio era sempre dietro l’angolo, ha raccontato un tecnico audio presente a Park City che ha chiesto l’anonimato: “A volte vedevamo macchine rallentare vicino al set; ci nascondevamo dietro i portoni. Le strade sembravano vuote, ma c’era sempre qualcuno che controllava.” Scene che ricordano altre esperienze di registi iraniani costretti a girare senza autorizzazioni, come Jafar Panahi. Ma questa volta – assicurano dal festival – la tensione si sente anche sullo schermo: “È un film dove ogni sguardo pesa,” ha detto uno dei giurati.

Un caso politico sotto i riflettori internazionali

Il successo del film non è passato inosservato nemmeno alle autorità iraniane. Da Teheran non sono arrivate dichiarazioni ufficiali, ma fonti diplomatiche a New York hanno espresso “disappunto” per un’opera che descrive “una realtà distorta del Paese”. Diverso invece il clima tra il pubblico al Sundance: molti giovani spettatori hanno condiviso messaggi di sostegno alla regista sui social, definendola “un esempio di resistenza silenziosa”.

La giuria internazionale, guidata quest’anno da Ava DuVernay, ha spiegato la scelta parlando di “un gesto artistico necessario” e “di un film che dà voce a chi spesso resta nascosto”. Il presidente del festival, Robert Redford, non ha nascosto la sua ammirazione: “Abbiamo voluto premiare il coraggio prima ancora della tecnica.”

Il futuro del film: dalla clandestinità alle sale internazionali

Ora resta da capire se “The Friend’s House is Here” riuscirà a trovare spazio nelle sale dei circuiti principali nel mondo. Fonti vicine ai produttori europei presenti a Park City parlano già di contatti aperti con distributori in Francia e Germania. Nessuna data ufficiale però, almeno per ora.

Nel frattempo il film gira su piattaforme riservate agli addetti ai lavori – sempre con molta prudenza: pare che una copia digitale sia già stata inviata alla Berlinale. “Speriamo possa essere visto da quanta più gente possibile,” ha detto la regista in collegamento con la stampa italiana poco dopo aver ricevuto il premio.

A Park City era ormai notte quando l’ultimo tecnico ha lasciato la sala stampa. “Questa è solo la prima tappa,” ha detto piano ma con decisione. Una frase semplice e quasi sussurrata ma che riassume bene cosa significa oggi fare cinema quando tutto sembra spingere verso il silenzio.

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