Milano, 13 gennaio 2026 – Un rettile marino del Triassico, lungo circa due metri, torna a far parlare di sé grazie a una nuova indagine scientifica. A dare notizia sono i paleontologi dell’Università di Milano, guidati dal professor Luigi Bernardi, che in questi giorni hanno presentato i risultati delle analisi sui resti fossili ritrovati nel 2019 in una cava vicino a Besano, al confine tra Lombardia e Svizzera. “Questi reperti ci aiutano a riscrivere la storia della vita marina nel Nord Italia durante il Triassico”, ha detto Bernardi mostrando una vertebra calcificata.
Ritrovamento a Besano: una scoperta chiave
Gli esperti confermano che i fossili appartengono a un nothosauro, un rettile acquatico vissuto circa 240 milioni di anni fa. La scoperta è stata quasi casuale: l’operaio che lavorava agli scavi, Francesco Galli, aveva notato delle “strane linee nel calcare”, come ha ricordato lui stesso. Solo dopo, con gli scavi coordinati dal museo di Varese, è venuto alla luce uno scheletro quasi completo. Un fatto raro. Gli studiosi parlano di una “conservazione eccezionale”, soprattutto per la parte della testa.
La zona di Besano non è nuova a ritrovamenti simili. Negli anni ’90 già erano emerse tracce di rettili marini e pesci preistorici. Ma questa volta, dicono gli esperti, “abbiamo davanti un esemplare quasi intatto che ci permette di approfondire le abitudini alimentari e lo sviluppo osseo”.
Nuove analisi sul fossile del Triassico
Il professor Bernardi, alla guida del dipartimento di Scienze della Terra, racconta: “Con la micro-tomografia computerizzata abbiamo potuto studiare l’interno delle ossa senza rovinarle. La dentatura indica che si nutriva principalmente di piccoli pesci e cefalopodi”. Nei laboratori dell’università hanno lavorato molto sulle ossa più fragili – come mascella e costato – confrontandole con altri reperti conservati in musei svizzeri e tedeschi.
La ricercatrice Chiara Rovelli, coinvolta nello studio, spiega: “Si tratta di una specie tipica delle lagune poco profonde che caratterizzavano questa zona 240 milioni di anni fa”. Un ambiente instabile, con variazioni rapide del livello del mare e predatori più grandi in agguato. Eppure il nothosauro sembrava ben adattato: “La forma delle pinne indica buona agilità nel nuoto lungo la costa”, osserva Rovelli.
Impatto scientifico: cosa cambia oggi
Il lavoro pubblicato questa settimana sulla rivista Palaeontology getta nuova luce sulle condizioni ecologiche della Pianura Padana durante il Triassico medio. Bernardi aggiunge un dettaglio interessante: “La crescita delle ossa mostra che questi rettili raggiungevano la maturità più tardi di quanto si pensasse”. Questo potrebbe cambiare le ipotesi sulla durata della vita dei nothosauri e sulla loro capacità di adattarsi ai cambiamenti ambientali dopo la grande estinzione del Permiano.
L’Università di Milano ha annunciato che il fossile sarà esposto per alcuni mesi al Museo di Storia Naturale in via Palestro, prima di tornare alla comunità locale di Besano. Intanto proseguono gli studi per individuare eventuali malattie o segni di ferite traumatiche. “Ogni dettaglio può raccontarci qualcosa sugli ecosistemi scomparsi”, sottolinea Rovelli.
La voce dei cittadini e il valore educativo
Per Besano – un paese con poco più di 2.200 abitanti vicino al confine svizzero – la scoperta ha riacceso curiosità e orgoglio. Al bar Centrale c’è chi ricorda ancora le visite scolastiche degli anni passati. “Vedere questi scienziati all’opera qui fa davvero piacere”, dice Galli, l’operaio che trovò i resti. Il sindaco Lorenzo Conti punta sull’importanza della ricerca per il turismo scolastico: “Le scuole della zona vengono ogni anno al museo civico e ora avranno qualcosa in più da vedere”.
L’eco della scoperta supera quindi l’ambito accademico. Nelle aule universitarie come nelle strade del paese cresce l’interesse per una pagina antica ma ancora viva del territorio lombardo. Solo davanti a un osso emerso dal calcare si comprende davvero il senso profondo del tempo che scorre — e della memoria che resta.





