Los Angeles, 5 febbraio 2026 – Oggi arriva nelle sale americane “Tow”, il nuovo film di Stephanie Laing basato su una storia vera. Racconta una vicenda di dolore e redenzione, aprendo una finestra poco conosciuta sull’America profonda. Nelle multisale di New York, Los Angeles e Chicago, il pubblico ha iniziato a scoprire un racconto che mescola cronaca e dramma personale, esplorando le zone più oscure della provincia americana.
Tow, un film dal cuore autentico
Al centro c’è Jennifer Jenkins, interpretata da Lily Collins, una giovane donna della Georgia rurale segnata da un evento tragico. La regista Stephanie Laing, già nota per serie come “Veep” e “Made for Love”, questa volta porta sullo schermo una sceneggiatura ispirata ai ricordi veri di Jenkins. Nel 2013, quella vicenda ha scosso la piccola comunità di Macon. “Ho voluto raccontare questa storia così com’è, senza filtri”, ha detto Laing ieri mattina durante la conferenza stampa a Los Angeles, dove il film è stato presentato in anteprima al Landmark Theatre.
La scelta di affidare il ruolo a Lily Collins è nata dopo una serie di provini svolti l’estate scorsa tra Atlanta e Savannah. “Ho capito subito che questo ruolo poteva insegnarmi molto anche come persona”, ha ammesso l’attrice britannica in un’intervista telefonica con il nostro giornale. Collins si cala nei panni di una donna divisa tra senso di colpa e voglia di riscatto, affrontando temi duri come la dipendenza e le fragilità della famiglia.
Dal fatto di cronaca al grande schermo
La vicenda reale dietro “Tow” riguarda un incidente accaduto alle prime ore del mattino del 7 agosto 2013: Jennifer Jenkins, ventenne all’epoca, era alla guida quando ha investito due operai intenti a riparare una strada statale. Uno di loro, Robert Lee Harris, è morto sul colpo; l’altro ha riportato gravi ferite.
Dalle indagini della polizia locale di Macon è emerso che Jenkins aveva passato la notte in un bar del centro. Nei mesi seguenti il caso ha acceso dibattiti sui media locali: si è parlato di responsabilità personale, delle difficili condizioni sociali di Jenkins – figlia unica cresciuta in una famiglia segnata dalla povertà e dall’assenza dei genitori – e del ruolo delle istituzioni. La sentenza definitiva è arrivata nell’autunno del 2015: due anni di libertà vigilata e l’obbligo di seguire un percorso terapeutico.
Nel film tutto questo viene mostrato senza retorica. Laing ha scelto immagini dai toni spenti, location autentiche e dialoghi essenziali per evitare che il dolore diventasse spettacolo. “Non volevo fare un film con una tesi da dimostrare”, ha detto la regista, “ma dare voce a chi spesso resta ai margini”.
La reazione negli Stati Uniti
Subito dopo l’uscita, “Tow” sta ricevendo risposte diverse. Il Los Angeles Times ha parlato della “forza silenziosa del racconto”, mentre su X (ex Twitter) iniziano ad apparire i primi commenti degli spettatori: “Non ti lascia indifferente”, ha scritto @ClaireHillNY oggi alle 14.05; altri hanno sottolineato come il film riesca a mostrare un pezzo di realtà spesso ignorato dal cinema mainstream.
Il debutto coincide con un momento in cui Hollywood sembra tornare a guardare con attenzione la provincia americana e le sue ferite aperte. Non è un caso che proprio questa settimana siano usciti anche titoli simili come “Still Here” di Avery Johnson, ambientati però in altre regioni degli Stati Uniti.
Che cosa aspettarsi oltre oceano
Per ora la distribuzione riguarda solo gli Stati Uniti: secondo la casa produttrice Red Barn Pictures, entro il fine settimana saranno circa 600 le copie disponibili nelle sale da costa a costa. Non ci sono ancora conferme ufficiali su quando – o se – arriverà in Europa o in Italia. Fonti vicine alla produzione dicono però che sono già iniziati contatti con distributori italiani come BIM Distribuzione per una possibile uscita nella tarda primavera del 2026.
Il percorso di “Tow” si inserisce così in una stagione americana che vuole raccontare meglio la periferia e i suoi problemi sociali. Stephanie Laing si dice “orgogliosa del lavoro fatto con tutta la troupe”, pur sapendo che – come lei stessa dice – “queste storie non sono mai facili da raccontare”. E forse proprio qui sta il vero cuore del film: restituire complessità a vite segnate dall’errore senza semplificazioni né giudizi netti.





