Bologna, 15 gennaio 2026 – Ieri, dalle 10 del mattino, una discreta folla ha attraversato le sale della Galleria Cavour di Bologna, dove dal 12 gennaio è aperta la mostra “Volti Anonimi”. Un percorso fotografico che racconta chi eravamo, dagli anni Cinquanta fino al 1999, proprio nel cuore della città. L’esposizione mette insieme oltre cento immagini scelte da archivi privati di vari fotografi bolognesi: scatti rubati all’ordinario, fatti sotto i portici, nei bar, ai mercati rionali o davanti alle vetrine illuminate. Eppure, in mezzo a pose improvvisate e sorrisi timidi, quei volti sconosciuti raccontano qualcosa di familiare.
La memoria cittadina negli scatti di via Farini
Nel corridoio principale della Galleria si alternano fotografie in bianco e nero e colori sbiaditi degli anni Novanta. Via Farini, piazza Minghetti, il Mercato delle Erbe: ogni immagine è uno spaccato di vita quotidiana, un gesto qualsiasi, un cappotto abbottonato frettolosamente o uno sguardo rivolto altrove. “È la storia dei bolognesi senza nome”, spiega il curatore Franco Mazzetti, 61 anni, ex docente al DAMS. “Abbiamo raccolto volti comuni, senza star famose, lasciando che sia la città a parlare attraverso le persone che l’hanno attraversata per decenni”.
La mostra non segue un ordine cronologico preciso: si passa da scatti del 1953 con due ragazzini che giocano davanti a una pasticceria – ancora lì vicino all’ingresso della Galleria – alle foto delle proteste studentesche del ’77 o delle mode degli anni Ottanta. Tutto convive in pochi metri quadrati. Poco lontano un gruppo di studenti osserva una foto con una signora anziana seduta su una panchina: “Potrebbe essere nostra nonna”, mormora qualcuno.
Dal dopoguerra alla globalizzazione: il cambiamento sotto gli occhi
Tra le tante immagini spicca quella di un gruppo di operai appena usciti dalla fabbrica Sabiem, zona Corticella, nel marzo del 1961. Abiti scuri e visi segnati dalla fatica. Più avanti ci sono foto degli anni Novanta con giovani con walkman e giacche oversize che attraversano piazza Maggiore durante la pausa pranzo. “Qui nessuno posa davvero”, riflette Mazzetti. “La forza di questi ritratti sta proprio nell’ingenuità di chi non sa di essere fotografato”.
Secondo la Fondazione Cineteca di Bologna, oltre metà delle immagini proviene da collezioni private o sono state donate da famiglie locali. Alcune foto sono state stampate per la prima volta proprio per questa mostra; altre venivano conservate in album ormai consumati dal tempo. “Lavorando a questa selezione”, racconta Mazzetti, “abbiamo scoperto mestieri scomparsi, mode fugaci e luoghi cancellati dalle trasformazioni della città negli ultimi vent’anni”.
Ricordi collettivi e identità nascosta
L’intento dei curatori va oltre l’esporre semplici foto d’epoca: vogliono far sì che chi visita si ritrovi o riconosca qualcuno in quei volti anonimi. Alcuni visitatori hanno già lasciato messaggi e ricordi sulle bacheche alla fine del percorso: “Credo che mio zio sia quello con la bici davanti al bar”, ha scritto una donna su un foglio azzurro appeso accanto a una foto del 1968. Un signore ha riconosciuto la madre in uno scatto al mercato e ha ringraziato per “averla ritrovata quando meno se l’aspettava”.
Nei primi tre giorni la mostra ha attirato oltre 1.800 visitatori. “Un risultato oltre le previsioni”, sottolinea il direttore artistico Giorgio Ferruzzi, “segno che c’è voglia di ritrovarsi e condividere ricordi comuni”. Non mancano i più giovani: spesso accompagnati dai genitori o dai nonni osservano con attenzione, confrontano dettagli e fanno domande. Qui la memoria diventa dialogo.
Un archivio in divenire: appello ai cittadini
Con la chiusura fissata per il 25 febbraio prossimo, la Galleria Cavour invita i cittadini a portare altre fotografie anonime scattate a Bologna tra il dopoguerra e la fine del secolo scorso. “Vogliamo arricchire questo archivio condiviso”, spiega Ferruzzi. Le nuove immagini saranno digitalizzate e inserite nella fase finale della mostra.
“Volti Anonimi” si può visitare tutti i giorni dalle 10 alle 19; ingresso libero. Una città che si guarda indietro e riscopre nel piccolo dettaglio il senso di una comunità forse solo apparentemente perduta.





