Roma, 17 febbraio 2026 – È tornato questa mattina in Aula alla Camera il tanto discusso disegno di legge, avviando una fase cruciale del suo percorso parlamentare. Deputati e senatori si sono ritrovati alle 10 a Montecitorio, pronti ad affrontare una giornata che si preannuncia lunga e carica di tensioni. Il provvedimento, su cui il governo punta molto, è stato messo al primo posto nell’ordine del giorno, segno dell’urgenza che gli viene attribuita.
Fin dalle prime ore del giorno, fuori da Piazza Montecitorio sono arrivati i primi gruppi di manifestanti con striscioni e megafoni. Le proteste chiedono modifiche, o in alcuni casi addirittura il ritiro del testo. Dentro l’Aula il clima è tutt’altro che sereno. “Così com’è non possiamo votarlo”, ha detto a margine Maria Rossi (Pd), evidenziando che diversi passaggi restano “poco chiari e migliorabili”. La maggioranza, però, fa quadrato: “Serve responsabilità – ha risposto Gianni Bianchi, capogruppo di Fratelli d’Italia – le riforme non possono più aspettare”.
Il dibattito si concentra su questioni che le forze politiche considerano “non negoziabili”. Tra queste spiccano le norme sulle autonomie regionali e le deleghe al governo su temi delicati. Gli esperti della Commissione Affari Costituzionali hanno sottolineato i dubbi sull’effetto delle nuove regole nella divisione dei poteri tra Stato e Regioni. “Serve chiarezza, ma soprattutto tempi certi”, ha ribadito più volte Lucia Neri (M5S), vicepresidente della Camera, che chiede un passaggio parlamentare senza forzature. Il governo insiste invece sull’approvazione entro marzo per rispettare gli impegni presi con Bruxelles sul PNRR.
La questione scuote anche fuori da Roma. Diverse associazioni di categoria hanno chiesto un confronto urgente con i relatori del testo. In particolare l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) teme che la riforma possa tagliare fondi ai piccoli enti locali. “Abbiamo bisogno di garanzie scritte”, ha spiegato Antonio Decaro, presidente dell’ANCI, ai cronisti poco dopo le 11. Questa pressione dal basso preoccupa anche alcuni esponenti della maggioranza: “La piazza va ascoltata”, ha ammesso sottovoce un deputato di Forza Italia.
Secondo il calendario ufficiale la discussione generale andrà avanti fino a mercoledì mattina. Solo dopo si passerà alle votazioni sugli emendamenti: ne sono stati presentati oltre 350 entro venerdì scorso. Gli osservatori prevedono una lunga maratona tra giovedì e venerdì notte, con possibili slittamenti se l’opposizione dovesse usare l’ostruzionismo. “Useremo tutti gli strumenti consentiti dal regolamento”, ha promesso Nicola Moretti (Alleanza Verdi-Sinistra), lasciando intendere che la battaglia sarà dura fino all’ultimo voto.
Dietro a questo iter si muovono anche equilibri interni ai partiti. Il governo punta a una rapida approvazione per evitare scossoni sui mercati e rassicurare i partner europei. Ma tra i parlamentari cresce la paura di spaccature nella maggioranza se si dovessero cercare nuovi compromessi sulle parti più controverse del testo. Una fonte vicina al premier Meloni ha commentato in Transatlantico: “È un test di tenuta per tutti noi”.
A metà giornata la tensione resta alta nei corridoi di Montecitorio. Non si escludono colpi di scena o addirittura defezioni dell’ultimo minuto da parte di deputati scontenti. Solo quando finiranno le votazioni si capirà se il disegno di legge supererà indenne questo nuovo passaggio delicato. Per ora una cosa è certa: nelle prossime ore – forse giorni – sarà ancora il Parlamento a essere sotto i riflettori, mentre fuori i cittadini aspettano risposte concrete.
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