Roma, 8 gennaio 2026 – Chi sarà il prossimo a ribellarsi? E cosa ci aspetta domani? Sono queste le domande che si rincorrono dentro le stanze del Movimento Studentesco di Roma, dopo le proteste di ieri sera. Intorno alle 19.30, nei pressi di piazza della Repubblica, si è acceso un clima di forte tensione. Gli organizzatori parlano di circa 300 ragazzi, tra liceali e universitari, arrivati per chiedere un ripensamento sulle ultime decisioni del governo riguardo istruzione e partecipazione giovanile. La tensione resta alta. Nelle scuole e nei collettivi cresce l’ansia per le mosse che arriveranno da Palazzo Chigi.
La protesta in piazza: tensioni e richieste
Quella di ieri sera doveva essere una semplice manifestazione pacifica, ma si è presto trasformata in un corteo spontaneo. I ragazzi hanno percorso via Nazionale, arrivando fino alla stazione Termini. Cartelli fatti a mano, slogan gridati tra i passanti – “Futuro, non paura” è stato uno dei più usati –, volti giovani ma spesso tesi. Martina Pellegrini, studentessa del liceo Tasso, ha detto: “Non ci ascoltano più. La scuola sembra chiusa su se stessa. È come se tornassimo indietro invece che andare avanti”. Le forze dell’ordine sono rimaste a guardare da vicino; qualche momento di tensione c’è stato intorno alle 20.15 quando alcuni manifestanti hanno tentato di superare la linea dei blindati. Nessun ferito, solo qualche spintone e voci alzate più del solito. “Non vogliamo scontri,” ha precisato un portavoce della Questura, “ma la situazione resta delicata”.
Le cause della rabbia: nuove regole e disillusione
Dietro la rabbia c’è il decreto legge uscito lunedì scorso che cambia le regole per accedere ai fondi destinati ai progetti scolastici e universitari. Adesso servono criteri più severi per formare associazioni studentesche e le risorse disponibili sono state ridotte. Molti parlano di “un passo indietro”. Leonardo Corsi, dell’Unione degli Universitari, commenta: “Ci stanno togliendo la voce sulle scelte che ci riguardano”. Dal Ministero dell’Istruzione dicono invece che queste misure servono a rendere più trasparente l’uso dei soldi pubblici. Ma chi vive tutti i giorni dentro le aule di via Panisperna o all’Università La Sapienza teme che così venga tagliata la possibilità di influire davvero sulla vita culturale delle scuole.
Il dibattito politico: governo e opposizione si scontrano
Oggi il tema è arrivato in Parlamento, dove il ministro Maria Antonella Cerri ha risposto all’interrogazione urgente dell’opposizione. “Ascoltare i giovani è una priorità,” ha detto Cerri. “Le modifiche sono frutto di un confronto con associazioni e dirigenti scolastici”. Parole che però non hanno convinto i diretti interessati. In aula non sono mancati fischi e mormorii; fuori da Montecitorio una rappresentante dell’associazione Rete della Conoscenza ha detto: “Ci chiamano ribelli ma siamo solo studenti”. Intanto il Partito Democratico chiede il ritiro immediato delle nuove norme: “Non si costruisce futuro senza il contributo delle nuove generazioni,” ha dichiarato la deputata Elisabetta Ferretti.
Cosa accadrà ora: attesa e incertezza nelle scuole
Per ora nessuna nuova manifestazione è stata ufficialmente annunciata. Però i gruppi studenteschi promettono: “Non finisce qui.” Sui social circolano messaggi su un possibile nuovo corteo venerdì prossimo; il luogo non è ancora certo ma si parla con insistenza di piazza del Popolo. Nel frattempo nelle scuole cresce un senso d’inquietudine. Un professore del liceo Mamiani racconta: “Molti temono che la situazione possa degenerare”, ma preferisce restare anonimo. I dirigenti scolastici intanto invitano alla calma; nelle circolari interne si parla di “confronto costruttivo”, anche se – ammette uno di loro – solo così forse sarà possibile ricucire lo strappo.
Vecchie domande, nuova generazione
Chi sarà il prossimo ribelle? Che ne sarà di noi? La domanda, scritta su un foglio appeso questa mattina alle 7.45 all’ingresso del liceo Virgilio, resta senza risposta precisa. Si dice sia opera degli studenti della quinta D, ma nessuno conferma ufficialmente. Intanto la città osserva con attenzione — e forse anche un po’ di preoccupazione — questo nuovo fermento giovanile che torna a farsi sentire forte. Un ritorno indietro? O solo l’inizio di qualcosa che assomiglia molto a una semplice richiesta: quella di essere finalmente ascoltati davvero.





