Roma, 25 gennaio 2026 – Lo svedese Henrik Lundqvist, ex portiere e autentica leggenda dell’hockey su ghiaccio, si è aperto parlando del presente e delle difficoltà di adattarsi alla vita dopo il ritiro. Ieri sera, in un evento pubblico al Fotografiska Museum di Stoccolma, Lundqvist ha condiviso riflessioni che hanno subito colpito non solo i tifosi, ma anche chi vive da vicino il mondo dello sport.
Lundqvist e il peso della nuova quotidianità
“Non è facile abituarsi a non scendere più sul ghiaccio ogni giorno,” ha ammesso Lundqvist davanti a un pubblico attento. “A volte la routine mi sfugge di mano, ma so che è così per tutti gli atleti quando smettono.” Il portiere svedese, che per 15 stagioni ha difeso la porta dei New York Rangers, non nasconde una certa nostalgia. Le sue parole hanno raccontato senza filtri come la vita dopo lo sport professionistico sia piena di dubbi e cambiamenti.
Accanto a lui c’era l’amico fotografo Erik Johansson, che ha parlato del “vuoto” che spesso accompagna gli atleti quando chiudono la carriera. Lundqvist, con i capelli raccolti e un abito scuro, ha raccontato dettagli semplici della sua nuova routine: “La mattina ho ancora la voglia di allenarmi presto, poi realizzo che non devo andare in palestra con la squadra. È strano, certe abitudini restano dentro.”
La pressione e il tempo che cambia
L’incontro è iniziato alle 18:30 con un pubblico composto da ex compagni del Djurgårdens IF e giovani portieri delle giovanili svedesi, tutti rapiti dalle parole sulle pressioni vissute ai massimi livelli. “L’allenamento è solo una parte,” ha sottolineato Lundqvist. “La vera pressione resta nella testa anche dopo aver smesso, e spesso arriva quando meno te lo aspetti.”
Il portiere – soprannominato “King Henrik” dai tifosi newyorkesi – ha parlato anche del nuovo valore del tempo libero: “Ora posso godermi cose semplici come accompagnare mia figlia a scuola o cucinare la sera. Solo adesso capisco quanto mi mancassero queste cose durante gli anni negli Stati Uniti.” Ha poi aggiunto di stare pensando a dedicarsi di più alla beneficenza e a nuovi progetti legati all’hockey giovanile.
Un futuro vicino allo sport ma diverso
Da quanto emerso nell’intervista, Lundqvist sta valutando una nuova strada nell’hockey: forse come dirigente o allenatore. Nessuna decisione presa però. “Ci sto pensando,” ha detto. “Allenare richiede la stessa dedizione che avevo da giocatore. Per ora però voglio restare vicino alla famiglia.”
Ha ribadito l’importanza di sostenere i giovani: “Molti faticano a trovare un equilibrio tra scuola, sport e vita privata. Io stesso ho fatto fatica da ragazzo,” ha raccontato ricordando i suoi inizi tra Gävle e Göteborg.
Durante la serata sono state mostrate foto inedite della sua carriera americana: il Madison Square Garden pieno in ogni angolo, la Coppa del Mondo sfiorata nel 2014, le parate decisive contro i Boston Bruins. Applausi spontanei hanno accompagnato ogni immagine – uno degli organizzatori ha commentato sottovoce: “Quando parla Henrik qui tutti ascoltano.”
Le reazioni in Svezia e all’estero
Le parole di Lundqvist hanno fatto subito notizia sui media scandinavi e nordamericani. Il quotidiano Aftonbladet lo ha definito “un uomo alla ricerca del proprio posto,” mentre negli Stati Uniti The Athletic lo ha chiamato “un esempio di atleta capace di reinventarsi.” Sui social sono arrivati centinaia di messaggi di sostegno; molti tifosi dei Rangers hanno condiviso vecchie foto con l’hashtag #ThankYouHenrik.
Lundqvist ha ringraziato per l’affetto ma non ha nascosto le difficoltà: “Ho avuto fortuna nella mia carriera, ma sto imparando che anche il presente può essere complicato.” Ha concluso con un sorriso mentre si allontanava tra i corridoi del museo.
Il futuro resta un’incognita per ora. Ma dal tono calmo di Lundqvist si sente la voglia di restare in qualche modo dentro l’hockey: non più sul ghiaccio, forse neanche dietro una scrivania. Di certo con una nuova consapevolezza del tempo che cambia e delle sfide quotidiane che ogni atleta affronta quando smette di giocare.





