Roma, 26 gennaio 2026 – «Restituire l’identità non è mai una cosa semplice», ha detto con calma Kidane Bhrane, presidente dell’Associazione dei Rifugiati in Italia, intervenuto stamattina al convegno “Identità e nuovi cittadini” nella sala conferenze di Palazzo Merulana, nel cuore di Roma. Il nodo centrale del dibattito era proprio questo: quanto sia difficile ricostruire o tenere stretta la propria identità personale dopo un viaggio che spesso stravolge la vita. A parlarne sono stati operatori sociali, avvocati e soprattutto chi quel percorso lo ha vissuto davvero, come lo stesso Bhrane.
Quando l’identità si perde tra pratiche e giornate di attesa
Bhrane non ha girato intorno al problema: «Riprendersi l’identità, dopo averla lasciata dall’altra parte di un confine, non succede in poco tempo e non basta una semplice richiesta agli sportelli. Dietro c’è una burocrazia intricata che spesso mette in difficoltà anche chi ha cittadinanza italiana». Parole che hanno toccato chi ogni giorno lavora nei centri d’accoglienza. Nella stanza – luci basse, un centinaio di persone tra addetti ai lavori e qualche curioso – sono emerse storie di documenti smarriti durante il viaggio o mai riconosciuti dalle autorità d’origine. Racconti spesso sussurrati o a bassa voce, che ricordano le code infinite al Viminale e i tempi d’attesa senza risposte.
I dati dell’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, parlano chiaro: nel 2025 sono arrivate oltre 9.700 richieste di riconoscimento di identità da parte di migranti sbarcati in Italia. Di queste, quasi un terzo resta in sospeso per più di sei mesi. «Quando finalmente arrivano i documenti – spiega la mediatrice legale Fatima Moussa – manca spesso il tempo per prendersi davvero cura delle persone dietro quelle carte».
Burocrazia lenta, vite ferme
Sul campo, “restituire l’identità” significa scontrarsi con ostacoli concreti: mancanza di documenti validi, difficoltà ad accedere a cure mediche o impossibilità a iscriversi a scuola o a corsi professionali. A raccontarlo è stato anche un giovane intervenuto al dibattito: si chiama Moussa Ibrahim, ha 22 anni e indossa una felpa grigia con la scritta “Roma”. «Per più di un anno ho vissuto senza sapere se sarei riuscito a riprendere gli studi. Ogni settimana andavo all’ufficio anagrafe. Solo allora ho capito che qui la pazienza non basta».
Uno studio pubblicato lo scorso novembre da Caritas Italiana, insieme all’Università di Palermo, conferma che l’84% dei richiedenti asilo incontra almeno un problema legato all’identificazione nelle fasi iniziali del percorso migratorio. Numeri definiti “ancora sottostimati” dalla ricerca, che raccontano una realtà diffusa senza distinzioni di età o provenienza.
Istituzioni e reti sociali: una strada da costruire
«C’è chi perde tutto e deve ricominciare persino dalle impronte digitali», ha ammesso con fermezza l’avvocata Lucia De Santis, presente come rappresentante del Forum Terzo Settore. Secondo molti operatori serve rafforzare le reti sul territorio e far lavorare insieme Comuni, prefetture e associazioni: «Non possiamo lasciare le persone da sole davanti alla burocrazia», ha aggiunto De Santis.
Il ministero dell’Interno, interpellato oggi sulle tempistiche delle procedure, ha risposto con una nota: «Sono allo studio nuove linee guida per snellire il riconoscimento delle identità e facilitare l’ingresso dei richiedenti nei percorsi formativi e lavorativi». Nessuna data certa però è stata indicata.
Vite sospese tra speranze e resistenza
Durante il convegno si sono alternati racconti diversi: c’è chi ce l’ha fatta – qualcuno ha avviato una piccola impresa o si è iscritto all’università dopo anni –, ma anche storie più complesse. Una donna eritrea, occhi bassi e mani intrecciate sul grembo, ha detto: «Per mesi mi sono sentita invisibile. Solo quando ho avuto il permesso ho potuto tornare a usare il mio vero nome».
A chiudere è stato lo stesso Bhrane: «Restituire un’identità non vuol dire solo consegnare un pezzo di carta. Significa riconoscere una storia, ricomporre frammenti di vita». Nel brusio finale qualcuno mormorava che la burocrazia potrà cambiare solo se comincerà davvero ad ascoltare queste voci. O almeno ci proverà.





