Napoli, 14 gennaio 2026 – Sono passati quasi sette anni da quell’incendio che ha devastato la zona industriale di Bellafiore, nel cuore della provincia partenopea. Oggi quel quartiere è un simbolo di una rinascita a metà. Le macerie sono state tolte, le strade finalmente rimesse a nuovo, ma il tessuto economico fatica ancora a riprendersi.
Ne parlano sottovoce, nei bar di via delle Industrie, poco prima delle otto: “Abbiamo rimesso in piedi i muri, ma qui il lavoro non c’è più“, sospira Andrea Coppola, operaio in cassa integrazione. La sensazione che si respira è chiara: la ricostruzione si è fermata alle fondamenta. E nulla di più.
Bellafiore: tra cantieri fermi e attese che si allungano
A Bellafiore sembra di camminare in un cantiere che non finisce mai. I segni dell’intervento pubblico si vedono: lampioni nuovi di zecca, facciate ripulite, persino una pensilina colorata davanti all’ex stabilimento De Santis, ormai chiuso. Però i numeri raccontano un’altra storia: secondo la Camera di Commercio di Napoli, nel 2019 qui c’erano 143 aziende registrate, oggi meno di cinquanta sono ancora attive.
Il vuoto si sente soprattutto tra i giovani. Francesca Romano ha 23 anni e una laurea in economia alle spalle. Anche lei è andata via per cercare fortuna al Nord: “Qui si aspetta ancora la ripresa vera – spiega –, non ci sono opportunità. Il resto d’Italia corre avanti, noi restiamo indietro.”
Due Italie divise da speranze e difficoltà
La vicenda di Bellafiore racconta un pezzo del Paese diviso in due: quello che cresce e quello che fatica a farlo. “L’area è lo specchio di due Italie,” ha detto ieri il presidente della Circoscrizione, Giovanni Di Meo, durante una visita al Centro Sociale San Giorgio. “La ricostruzione materiale c’è stata, ma lo sviluppo non arriva senza investimenti concreti. Bellafiore è un posto bloccato tra passato e futuro.”
Non bastano i fondi messi sul piatto dopo l’incendio del 2019 – oltre 26 milioni tra Regione e Governo – per colmare questa distanza sempre più evidente. Le imprese tirano avanti con fatica: nell’ex Fratelli Rinaldi su via Orologio Vecchio lavorano in dieci contro i quaranta di prima della crisi. “Siamo tornati a lavorare – ammette il titolare Giovanni Rinaldi – ma il mercato è cambiato. La domanda non è più quella di una volta.”
Le voci dei residenti tra promesse mancate e speranze spente
Ogni mattina alle sei e mezza la piccola folla davanti al bar Centrale racconta un’altra parte della storia. Qualcuno tira fuori vecchi articoli con titoli roboanti sulla “rinascita” e promesse di “rilancio”. Eppure i cantieri restano vuoti e le fabbriche fanno silenzio.
“Mi ricordo quando qui c’era movimento – confida Rita Sorrentino, pensionata –, adesso vedo solo ragazzi che preparano le valigie.” Secondo i dati del Comune di Napoli la disoccupazione giovanile nella zona supera ancora il 34%.
Le istituzioni dicono di voler fare qualcosa: solo il mese scorso hanno presentato un piano per aprire una piccola azienda farmaceutica con trentadue posti previsti. Ma Di Meo mette le mani avanti: “Non basta questo, serve un progetto serio che dia slancio all’intera area.”
Dietro il divario ci sono problemi radicati
L’economista Angela Martini dell’Università Federico II spiega così le difficoltà di Bellafiore: “È un problema strutturale comune a molte zone del Sud. Non basta rifare strade e palazzi se poi non ci sono politiche vere per il lavoro e incentivi concreti per le imprese.”
Le risorse stanziate sono importanti — come il Piano Nazionale Sud del 2025 — ma spesso restano solo parole su carta.
Sul fronte locale cresce anche la frustrazione per burocrazia e lentezze infinite nelle autorizzazioni: “Abbiamo chiesto l’ampliamento sei mesi fa — dice il responsabile di una ditta logistica — e siamo ancora fermi ai documenti.” Intanto la concorrenza delle regioni più forti fa sentire il suo peso.
Il futuro incerto tra speranze timide e passi da gigante mancati
A Bellafiore oggi convive la speranza con la rassegnazione. C’è chi aspetta ancora un segnale vero e chi invece ha già preso altre strade.
Le insegne delle poche attività nate da poco — un piccolo bistrot su via Libertà, una palestra riaperta — sono segnali deboli ma concreti.
“Abbiamo bisogno di una strategia vera,” conclude Andrea Coppola con voce stanca ma decisa, “non solo rattoppi.”
Nel frattempo Bellafiore resta così com’è: il volto concreto delle due Italie separate da un muro difficile da abbattere davvero.





